Nunc est bibendum (il vino nell’antichità)

..

Il dott. Luigi Mangione, farmacista tarantino con la passione per la fotografia (è autore di splendidi libri fotografici su Taranto e sulla Puglia)  sta per pubblicare un libro fotografico dedicato alle vigne di Puglia; nel volume ci sarà un testo di Giuseppe Mazzarino sul vino nell’antichità che qui riportiamo in forma più ampia.

 

 

Nunc est bibendum

di Giuseppe Mazzarino

  La triade alimentare ed agriculturale mediterranea è formata da cereali cotti, dall’olio d’oliva e dal vino, e dunque dal grano, dall’olivo e dalla vite.

 

  Se il grano e gli altri cereali più diffusi erano indispensabili per l’alimentazione e l’olivo forniva cibo, condimento, materiale di costruzione, illuminazione, « sapone », unguenti e lozioni di bellezza, la vite doveva assumere un ruolo particolarissimo presso i popoli mediterranei, gli Elleni in particolar modo, poi i Romani. Se infatti l’uva è sempre stata apprezzata come frutto, il prodotto della fermentazione del suo succo, il vino, assunse addirittura caratteri sacrali.   La fermentazione alcoolica era conosciuta fin dalla preistoria: una fermentazione beninteso non governata ma spontanea, e che riguardò con ogni probabilità, all’inizio, succhi di bacche varie e di ogni frutta, nonché il miele in soluzione acquosa (che dopo la fermentazione dà l’idromele).

 

  Sappiamo che le popolazioni primitive ammassavano il raccolto di cereali in grandi buche scavate nella terra, avendo osservato che in tal modo esso poteva essere conservato fino al raccolto successivo; non è quindi improbabile che lo stesso sia stato fatto con i frutti, che a differenza dei cereali, se appena intaccati in modo da dar luogo a fuoriuscita di liquidi zuccherini, a contatto coi lieviti fermentano. Fino al XIX secolo gli abitanti dell’odierna Georgia (l’antica Colchide) continuavano a far fermentare il mosto in pozzetti impermeabili, scavati in terreno argilloso.

 

  In Mesopotamia ed Egitto, le due zone di più antica civiltà colturale, la vite (proveniente probabilmente dal Caucaso, dove sono stati trovati semi di vite – ancora selvatica – risalenti al VII millennio a.C., mentre in Mesopotamia la vite coltivata è attestata dal 3.000 a.C.) era conosciuta, ma non fu la prima fonte di bevande fermentate: più importanti dell’uva nella produzione di « vini » furono i datteri, il midollo e la linfa di palma e, caso particolarissimo, il pane – o qualcosa di simile al pane – da cui in Mesopotamia ed Egitto si ricavava la birra, bevanda nazionale dei Sumeri che la chiamavano efficacemente « pane liquido ».     Il vino d’uva trionfa invece a Creta, in Palestina, in Fenicia e, soprattutto, in Grecia, dove sostituisce ogni tipo di succo di frutta fermentato e diventa « la » bevanda per eccellenza. Per gli Elleni, anche per i più avvezzi alla diversità dei costumi ed al relativismo culturale (fino ad essere accusati di essere « filobarbari », come Erodoto), era ancora fonte di scandalo e di incomprensione che in altri luoghi potessero essere bevute bevande come il « vino di palma » o la birra.  Il vino – quello vero, di uva – era elemento essenziale per la libazione, atto sacro quant’altro mai, ove aveva soppiantato il latte delle civiltà pastorali; e l’introduzione della coltivazione della vite e della vinificazione in Ellade fu attribuita all’intervento divino di Dioniso, una delle divinità più ambigue proteiformi ed incomprensibili del Pantheon greco, peraltro proveniente dall’Oriente e storicamente recente rispetto ad altre divinità olimpiche (così come presso gli Etruschi fu attribuita al dio Phuphluns e presso gli Ebrei al mitico Noè, ripopolatore della Terra dopo il diluvio).

 

  Beninteso, nonostante una tradizione storica che limitava fortemente all’area strettamente mediterranea la coltura della vite e la civiltà del vino, il vino d’uva fu in uso, anche se in tono minore rispetto alla birra, fin dal III millennio a.C. nell’area mesopotamica; addirittura dal IV millennio, stando ad un recente ritrovamento sui monti Zagros, nel villaggio preistorico di Godin Tepe, nell’Iran occidentale: una grande macchia rosso scuro, risultata all’analisi chimica ricca di acido tartarico, quasi sicuramente resti di vino, su cocci appartenenti al fondo di una grande giara risalente circa – datazione al radiocarbonio – al 3.100/2.900 a.C.; ulteriori ricerche a Godin Tepe hanno permesso di rintracciare anche i resti di grandi orci di terracotta, databili al 3.500/3.100 a.C., della capacità di circa 60 litri, anch’essi incrostati da sedimenti rossastri. Sofisticate analisi di archeologia molecolare hanno confermato recentissimamente che si trattava proprio di resti di vino; non solo, ma di vino addizionato anche di resina (come avrebbero poi fatto i Greci, che continuano a farlo ancor oggi con la « retsina » essendosi innamorati del gusto), per impedire la fermentazione acetica; per inciso, aggiungeremo che nelle sale di Godin Tepe è stato rinvenuto anche, in frammenti anch’esso, un orcio che conteneva birra; ancor più di recente, grazie a sofisticate analisi di cromatografia liquida, tracce di vino, trattato con resina di terebinto per prevenirne l’acetificazione, sono state rinvenute in frammenti di giare provenienti da un altro villaggio preistorico, neolitico stavolta, nell’odierno Iran, Hajji Firuz Tepe, datati al radiocarbonio 5.400/5.00 a.C.   Dal I millennio iniziano ad apparire negli archivi mesopotamici anche i territori di provenienza e le qualità del vino (« karanu » in accadico, « gish.tin » in sumero). Nel palazzo di Mari, potente città-stato del medio Eufrate, c’erano immense cantine con grandi rastrelliere di legno (« kannum ») per tener ferme ed isolate le giare del vino (importato) : tali magazzini erano sigillati, e potevano accedervi solo alti dignitari.

 

  Addirittura una città, Karana, porta il nome accadico del vino: era probabilmente un centro di raccolta e smistamento della pregiata bevanda. Le riserve di vino erano considerate preziose, come attesta anche un passo degli Annali di Sargon II di Assiria, che in una campagna del 714 a.C. ha saccheggiato il palazzo d’un vassallo dell’Urartu: « sono entrato nella sua cantina, che nasconde il suo tesoro segreto », si vanta il terribile conquistatore. 

 

  Una grande civiltà del vino – che venne anche esportato in forti quantità – fu quella ebraica: nel Deuteronomio si impone addirittura l’esenzione dagli obblighi militari, persino in caso di guerra, per chi « abbia piantato una vigna e non ne abbia ancora goduto il frutto ». La vite e la vigna diventano per gli Ebrei addirittura il simbolo di Israele; quanto al vino, assume il caratteristico tratto ambivalente che lo connota nell’antichità: un bene, se bevuto parcamente; un male, se conduce all’ubriachezza. Ed anche il vino diventa metafora di Dio.

 

  Intorno al vino si articolò poi quella manifestazione tipica dello spirito ellenico che fu il symposion, un termine che è sopravvissuto fino ai nostri giorni con valenza ridotta sì, ma fondamentalmente non troppo alterata.   Il « simposio » greco era un riunione per « bere insieme » (vino, naturalmente…); ma non si trattava di una riunione di ubriaconi, e neppure, se è per questo, di degustatori di professione o di raffinati intenditori.

 

  Seconda e più importante parte del deipnon, il banchetto, la cena dei Greci, il simposio era una gioia per lo spirito ancora più che per il corpo. Si beveva, certo, e molto, anche se si trattava di vino annacquato (attenzione a non sopravvalutare quindi la resistenza e le capacità potorie degli antichi!), sgranocchiando lupini, ceci tostati, noci, nocciole, mandorle, olive, polpettine, biscotti mielati ed altre sciocchezzuole (qualcosa di simile, ma avveniva dopo il pasto, al rito spagnolo delle tapas).   L’atmosfera era allietata da musiche, danze, talvolta veri e propri balletti e rappresentazioni teatrali in miniatura; si discorreva dei massimi problemi: dal reggimento dello Stato all’immortalità dell’anima, dalla reincarnazione al fine ultimo dell’esistenza, dal significato dell’amore a quello dell’amicizia, dal problema della conoscenza a quello della definizione di ciò che è giusto.

 

  Già Nilosseno, un amico di Talete, affermava, secondo quanto gli fa dire Plutarco nel Simposio dei Sette Saggi, che « non ci si reca ad un simposio presentandosi come un vaso da riempire, ma per discorrere seriamente e per scherzare, per ascoltare e per esprimere considerazioni su quegli argomenti che vengono proposti, visto che i convitati devono trarre piacere dal conversare tra loro ».   Giganteggia nel resoconto di simposii lasciatoci da Platone, per esempio, o da Senofonte, la scomoda figura di Socrate: ecco, se non al livello etico e culturale di quelli socratici e platonici, così dobbiamo immaginare i simposii greci, piuttosto che come colossali bevute da concludere in orge dissolute.

 

  Proprio a Socrate Senofonte fa dire: « uomini, anche a me piace grandemente che si beva, poi che il vino, rigando gli animi, sopisce le cure, non diversamente dalla mandragora, ed eccita l’allegria, come l’olio la fiamma », mentre Platone, che delle incredibili capacità di Socrate di assumere alcool senza risentirne parla diffusamente nel suo Simposio, aggiunge a proposito del vino, ma in prima persona, che « chi più copiosamente avrà bevuto vino, di tanto maggiori speranze sarà colmo e tanto più animosamente sentirà di sé e sarà pieno di liberalità e sapienza; il vino espelle ogni timore, e per la sua virtù l’uomo intrepidamente parla ed agisce ».   Il simposio ruotava, come è ovvio, intorno al vino (« wo-no » in lineare B, che è la scrittura di un antico linguaggio greco in uso a Creta ; « oinos » in Greco classico, ma originariamente col digamma o vau, dal suono equivalente a v, « voinos »): un ricordo desacralizzato e « laicizzato » delle libazioni, di quando cioè il succo fermentato del frutto della vite era ritenuto così prezioso da essere destinato quasi unicamente agli Dèi. Il vino fu anche cantato in Ellade, nei simposii e dintorni, in vario modo da aedi, rapsodi, poeti, in forme che furono poi imitate a Roma e che nella doppia versione, greca e romana, sono giunte fino a noi, amplificando il fascino culturale, non solo gustativo, di questa bevanda divina.

 

  Fuori del simposio gli Elleni difficilmente bevevano vino: l’ « ariston », il pasto del mezzodì, era poco più di un frugale spuntino di cereali e formaggio, e vi si beveva su acqua a malapena ; più consistente come alimentazione era il « deipnon », la cena : ma anche qui, inizialmente, si beveva acqua, il vino essendo riservato al « symposion », che era collocato subito dopo la cena. Più tardi i Greci iniziarono a bere un po’ di vino anche durante la cena, ma fu un uso molto limitato. Faceva eccezione a questa assenza del vino dai pasti la colazione del mattino, peraltro assai frugale, l’ « akratismos » : consisteva in un pezzetto di pane (più spesso « maza », la focaccia d’orzo, o comunque focaccia non lievitata e raramente di frumento ; il pane di frumento, lievitato, « àrtos », era un genere di lusso, persino proibito per il consumo quotidiano) intinto nel vino, che poi veniva bevuto, seppure in piccole dosi : e qui – sorpresa ! – si trattava dell’unica occasione in cui i Greci facessero uso di vino « non mescolato » (« àkratos », appunto, da cui « akratismos ») : non annacquato, insomma.

 

  Il vino puro era ritenuto infatti dagli Elleni bevanda poco meno che mortale: si riteneva che portasse alla pazzia e corrodesse anche il corpo, e si notava con sgomento e disprezzo che altri popoli – gli Sciti, in particolare, dei quali Erodoto racconta che prendevano ogni decisione due volte: la prima da sobri, la seconda da ebbri, o viceversa – ne facevano grande uso.

 

  Zaleuco, il legislatore di Locri Epizefirii, al quale risale il più antico corpus legislativo scritto dell’area ellenica, comminava la pena di morte a quanti, senza prescrizione medica, avessero bevuto vino non mescolato.

 

  Per gli Elleni, insomma, il vino era un possente phàrmakon, nella doppia accezione di medicamento e veleno : andava quindi trattato con cautela e bevuto solo se miscelato con acqua : perché in quel caso, come afferma Teognide, « non è un male ma è un bene ».

 

  Il vino fu portato nella penisola dai Greci, che impiantarono ovunque arrivarono vigneti ed uliveti, e da lì si diffuse fra i popoli barbari limitrofi alle città greche ed ai loro territori. Nel territorio di quella che sarà nota come Magna Grecia, notoriamente eccellenti furono i vini tarantini, che compaiono fra i grandi vini citati da Plinio. Galeno dice che il vino di Taranto è « leggero » : cosa alquanto improbabile, a meno che il grande medico non intendesse dire che si assume con facilità e non provoca danni. Ateneo ribadisce a questo proposito che il vino di Taranto non dà alla testa e si digerisce facilmente. Orazio celebra il vino tarantino dell’Aulon, un colle forse nei pressi del Satyrion, oggi Saturo (ma c’è chi opina che l’Aulon fosse non un colle ma una valle, giacché aulòn in Greco vuol dire proprio fondo valle, e la localizza presso San Giorgio Jonico; i termini della complessa questione sono stati magistralmente riassunti da Alberto Altamura in Aulon: un vino aristocratico nella tradizione letteraria; il primo ad asserire decisamente che l’Aulon fosse una « contrada dell’antica Saturo, celebre per l’ottimo prodotto dei suoi vini » fu Catald’Antonio Carducci, l’editore delle Deliciae Tarentinae del suo avo Tommaso Nicolò d’Aquino, che pubblicò con un copioso apparato di annotazioni), mentre Stazio parla molto bene di un vino del Galeso, il celeberrimo per quanto piccolo fiume dell’agro tarantino che si getta nelle acque del Mar Piccolo ; nei suoi epigrammi dedicati ai vini, quasi un catalogo d’enotecario, Marziale ci parla così del Tarentinum: « Aulone, famoso per le sue lane e per i suoi ricchi vigneti / dia a te i preziosi velli, a me i suoi vini ». Altri elogi del vino tarantino sono in Porfirio.

Nunc est bibendum (il vino nell’antichità)ultima modifica: 2008-11-10T14:12:00+00:00da juels.richelieu
Reposta per primo quest’articolo

Un pensiero su “Nunc est bibendum (il vino nell’antichità)

  1. J’apprécie votre site, merci à vous pour votre aide et notez dans un 1er temps que je suis pleinement d’accord… Bref voilà tout est dit, votre site est réellement excellent, j’ai adoré vous lire. Vous avez une très belle plume, chapeau bas !

Lascia un commento