CENTENARIO DEL FUTURISMO – 1909 / 2009 (2) – Il gran ritorno

*********************

Futurismo – Il gran ritorno

Condannati prima come ciarlatani e saltimbanchi, ostracizzati poi come fascisti, dopo che il fascismo stesso li aveva messi in un canto, i futuristi furono contrastati indi rimossi dalla cronaca e dalla storia delle patrie lettere ed arti, e con loro si volle “rimuovere” dalla storia della cultura italiana del ‘900 il Futurismo, ingombrante scheletro che aveva la dinamica, maledetta tendenza a saltar fuori da ogni armadio e/o loculo ove lo si volesse rinchiudere.


Furono quattro studiosi e critici, Calvesi, De Maria, Verdone e Crispolti, muovendosi su diversi ma alla fine convergenti piani, ad iniziare in Italia (all’estero c’erano già stati importanti segni di attenzione e studi fondamentali, mentre da noi le pur importanti antologie di Scheiwiller e Viazzi non avevano sufficientemente mosso le acque, per pregevoli che fossero, così come erano passate sotto silenzio due fondamentali e monumentali opere di Raffaele Carrieri) un’azione di riscoperta e riproposizione del Futurismo: con esiti clamorosi. Il primo, grande movimento italiano e mondiale d’avanguardia usciva dalle loro ricerche – e da quelle pionieristiche di Antonucci sul teatro nonché dagli scandagli, di poco successivi, di Luciano Caruso sulla produzione decentrata e cosiddetta «minore» – non solo come estremamente «attuale» (e Palazzeschi, grande sopravvissuto, ne fornirà significativa testimonianza) ma ancora, a sessant’anni (allora…) di distanza dal Manifesto di fondazione del 1909, trincea avanzata e rivoluzionaria anche rispetto alle «avanguardie» del secondo dopoguerra. E non solo, come critici miopi o settari alla fin fine ammisero a denti stretti, nel campo delle arti figurative (del resto il Futurismo aspirò sempre ad un’arte sintesi di tutte le arti, all’arte-vita), bensì proprio in quello della produzione e critica letteraria.

Gli “eversori” del Gruppo 63, compresi quelli inseguiti da ordini di cattura per reati di terrorismo, per non dire di quelli finiti commercialissimi direttori di rete della televisione di Stato, grazie alla lottizzazione partitica, fanno ben misera figura di codini e benpensanti (oltreché di avidi bottegai) a fronte di personalità esse sì eversive, e in ben altro e più pericoloso contesto, come quella di Mario Carli da San Severo di Foggia (del quale si parlerà ampiamente più avanti). Volontario di guerra, ardito, pluridecorato e promosso sul campo (da soldato semplice a capitano in pochi anni), autore di allucinati poemetti in prosa che precorrono la scrittura automatica del Surrealismo (le Notti filtrate), condannato da un tribunale militare ed internato in fortezza perché, ancora sotto le armi, aveva pesantemente criticato l’andamento dei negoziati versagliesi, Carli evase rocambolescamente dal carcere militare: Giuseppe Bottai, allora leader degli arditi e del Fascio futurista romano, propose la sua candidatura alla Camera per le elezioni del ’19 come candidato dei neonati Fasci di Combattimento. Ma non è solo questione di «vivere pericolosamente» (Carli peraltro andò anche volontario a Fiume, e per difendere la causa fiumana progettò attentati ed una insurrezione, a Milano: ma, scoperto, fu di nuovo arrestato); l’avanguardia futurista raggiunse e tenne trincee avanzatissime nel campo della scrittura: tanto avanzate che nessuno è riuscito a raggiungerle, come già, a sua parziale scusante, ammetteva nel fondare ‘900 Massimo Bontempelli.

Quando Marinetti lanciò su Le Figaro il Manifesto di fondazione si scrivevano ancora sonetti, imperava la rima in poesia, e le massime audacie sembravano i versi sciolti o i polimetri «barbari» carducciani e pascoliani. Una poesia “nuova” bensì esisteva: era quella che Borgese chiamò, a fenomeno già concluso (e sulla scorta di un titolo di Slataper), «crepuscolare», vera alba del nostro Novecento, ma non se ne intese la portata vasta né tantomeno la profondità. E poi la poesia crepuscolare tutto era fuorché avanguardia, né aveva dato origine ad un movimento, ad una linea: tutt’al più, a Roma, Torino, Firenze, dette origine a cenacoli di breve durata (e a qualche indistruttibile sodalizio quale quello fra Palazzeschi e Moretti). La grande poesia del XX secolo, anche se ai crepuscolari deve qualcosa, alla poesia crepuscolare fu estranea. Il Futurismo fu cosa ben diversa.

In un certo senso, il programma enunciato nel Manifesto tecnico della letteratura futurista è stato ormai del tutto realizzato, anche se con attenuazioni delle forme estreme; e così può dirsi per le intuizioni ed asserzioni futuriste riguardanti la musica, la pittura, la scultura, il design, la pubblicità, la cucina.

Certo, con una caduta di tensione che ha sacrificato le parti più nobili del Futurismo stesso, con un pressappochismo “all’italiana” che Marinetti detestava: ma chi scrive più in rima, oggi (se non, talvolta, ma all’insegna di un voluto anacronismo, il sorprendente Marino Moretti nelle poesie della tarda vecchiaia); chi si scandalizza se rumori della vita quotidiana o il rombo di una motocicletta entrano a far parte di un motivo musicale; e che cos’è la «poesia visiva» delle avanguardie più recenti, se non la pallida immagine virtuale delle tavole parolibere? E ancora, sia pure in negativo, le nostre città, costruite con materiali scadenti, non rassomigliano nella loro caducità a quella «città nuova» che voleva Sant’Elia, quando teorizzò (con forti e prevaricanti spinte in tal senso di Marinetti: Sant’Elia era in realtà – da buon architetto – di tutt’altro avviso) l’architettura deperibile, che avrebbe consentito – anzi, imposto – ad ogni generazione di costruire da sé la “propria” città?

Quanto durano, oggi, i casermoni, Le Vele, i Corviale delle nostre città?

Ma è fin troppo ovvio che non questo era il Futurismo, non questo voleva il movimento che ha vinto perdendo. Lo chiarisce bene Palazzeschi quando scrive, nel 1972, nel suo ultimo volume di poesia, Via delle Cento Stelle (che lui molto meno poeticamente voleva intitolare, in linea con le vecchie esperienze futuriste, Cento cacherelli di Aldo Palazzeschi), questi versi:

A sessant’anni di distanza
dal movimento milanese e fiorentino
sento parlare spesso e volentieri di futurismo.
Se ne parla con reale curiosità
serenamente e con benevolo sorriso
non di rado con entusiasmo
specialmente da parte dei giovani
che assaltano il superstite
per esaminare documenti
ricevere informazioni e notizie
sopra un fenomeno del tutto sconosciuto
e attualissimo.
Dopo il feroce ostracismo dato fin dal suo nascere
al futurismo
la cosa potrebbe sembrare stupefacente
come nessuna al mondo,
e invece è naturalissima
e non stupisce affatto.
Il futurismo non poteva nascere che in Italia
paese volto al passato
nel modo più assoluto ed esclusivo
e dove è d’attualità solo il passato.
Ecco perché è attuale oggi il futurismo
perché anche il futurismo è passato.

Dagli ultimi Anni Sessanta ad oggi, proprio perché «il Futurismo è passato», la rimozione è saltata. Studi, ricerche, mostre, cataloghi si son susseguiti nel tentativo di storicizzare, finalmente un movimento che aveva voluto abolire la Storia (quella con la S maiuscola, che i futuristi disprezzavano proprio come l’Arte con l’A maiuscola…) e che aveva rivendicato a propria gloria ed identificazione la velocità e provvisorietà… ma il Futurismo ha resistito vittoriosamente anche a musei e professori, non è diventato (anche se il rischio è stato e continua ad essere corso) un verminaio di glossatori, si è confermato irriducibile a qualsiasi assimilazione, meno che mai superamento (altro che Lucini!…), quasi a confermare una sorta di deposizione a futura memoria rilasciata da Giacomo Balla nel 1927 e che fa da contraltare (in anticipo) alla constatazione palazzeschiana che «anche il futurismo è passato»:

« PER SENTIRSI FUTURISTA. Ci vuole: assoluta assenza di tradizione antica e moderna; sopportare con ottimismo l’enorme ignoranza, l’enormissima pedanteria delle abitudini, la straenorme montagna dei pregiudizi in cui gongola l’umanità disgraziata e malconcia; non badare allo stupido, al cretino, all’ammuffito, al nerastro, all’inconcludente, allo spreco, al contro-senso, al trucchismo; non vedere il brutto bruttissimo, l’arcibruttissimo, lo strasudicissimo stracciume che per tre quarti occupa la terra; compiangere l’infelice repressione fisica e morale. Per sentirsi futurista bisogna essere permeato di sensibilità intuitive e passare furtivamente tra gli attimi impercettibili dell’evoluzione per scoprire le nuove vie che portano all’arte futurista, nella quale nessun concetto, nessuna linea, nessuna forma, nessun colore, nessuna sagoma, nessuna frase, nessuna nota musicale ricorderà il minimo, dico minimissimo segno dell’arte passata. Le guerre avvenire, terribilmente distruggitrici di uomini e cose, disinfetteranno il mondo dal conservatorismo passatista. Qualche ironichetto osserverà che dopo queste affermazioni ogni cosa rimarrà né più né meno come prima…! Giusto… ma… subito non giusto… perché se il centesimo è il principio del milione, e il millimetro del chilometro, anche i minimi tentativi futuristi possono essere il principio della nuova arte futura. E con questo, con una superfede indistruttibile, arrivederci fra qualche secolo ».

Giuseppe Mazzarino

CENTENARIO DEL FUTURISMO – 1909 / 2009 (2) – Il gran ritornoultima modifica: 2008-09-22T17:09:47+00:00da juels.richelieu
Reposta per primo quest’articolo

Un pensiero su “CENTENARIO DEL FUTURISMO – 1909 / 2009 (2) – Il gran ritorno

Lascia un commento