1909 / 2009 – Centenario del Futurismo

Nascita del Futurismo / nascita dell’avanguardia

di Giuseppe Mazzarino

Dopo Mallarmé, che cosa? L’estremo approdo del Decadentismo sembra essere un simbolismo talmente rarefatto ed estenuato da tendere ormai verso la pagina bianca, da non significare più alcunché («Un coup de dès jamais n’abolira le hasard»). In Francia il Simbolismo post-mallarmeano è diventato una scuola, ed una stanca scuola. In Italia il Simbolismo nemmeno è arrivato, ed il massimo della “modernità” («Il faut être absolument moderne», aveva pochi anni avanti asserito Rimbaud, il veggente) sono i polimetri scapigliati o la metrica «barbara» di Carducci e Pascoli; o sul piano contenutistico il panico sensualismo dannunziano.
In questo quadro la fiaccola dell’avanguardia passa da Parigi all’Italia (a Milano in primo luogo, poi a Firenze e Roma) grazie soprattutto ad un poeta, Filippo Tommaso Marinetti, definito ai suoi esordi – e non solo allora – «italo-francese».
Nato ad Alessandria d’Egitto ed educato in Francia, l’italiano Marinetti fa proprio in francese le sue prime prove letterarie, all’insegna del Simbolismo, ovviamente, ottenendo un ragguardevole successo. Già nella sua fase “tradizionale” Marinetti è affascinato dalla modernità: dalle grandi città, dalle grandi folle, dai progressi della scienza e della tecnica, dalla velocità, dalla macchina.
Nel 1908 pubblica La ville charnelle, che contiene «A mon Pégase», celebre – ed alquanto fraintesa – nella traduzione italiana intitolata «All’automobile da corsa»:

«Veemente dio d’una razza d’acciaio
Automobile ebbra di spazio,
che scalpiti e fremi d’angoscia
rodendo il morso con striduli denti…
(…)
Io sono in tua balìa!… Prendimi!… Prendimi!…
(…)
Urrà! Non più contatti con questa terra immonda!
Io me ne stacco alfine, ed agilmente volo
sull’inebriante fiume degli astri
che si gonfia in piena nel gran letto celeste!».

In nuce, il Futurismo è già qui.
Ma occorre ancora un passo indietro, al 1905, quando Marinetti fonda in Milano la lussuosa rivista internazionale Poesia: bilingue, pubblicherà il meglio della poesia francese ed italiana contemporanea, e si farà banditrice, oltre che di un effimero Simbolismo italiano, del verso libero, grazie anche alle sollecitazioni che vengono dalla Francia di René Ghil e Gustave Kahn. Uno dei collaboratori di Poesia, il misantropo Gian Pietro Lucini, si farà in particolar modo alfiere del nuovo verbo, organizzerà con Marinetti quella «inchiesta internazionale sul verso libero» del 1905 che susciterà, in Italia e Francia, appassionati dibattiti (le risposte verranno pubblicate in volume, nel 1909, dalle Edizioni di “Poesia”), e pubblicherà, sempre per le marinettiane Edizioni di “Poesia”, Ragion poetica e programma del verso libero (1908), un volume farraginoso non meno che importante.
Poesia lancerà il verso libero in Italia, non solo, ma radunerà intorno a sé un gruppo di poeti, letterati e critici – Paolo Buzzi, Aldo Palazzeschi (Aldo Giurlani, per l’anagrafe), Corrado Govoni, Enrico Cavacchioli, Federico De Maria, Libero Altomare (Remo Mannoni), Luciano Folgore (Omero Vecchi: lo pseudonimo sembra quest’ultimo, e invece…), Enrico Cardile – che costituiranno la prima pattuglia futurista. Sulle sue pagine, o su quelle delle sue Edizioni, saranno pubblicate anche opere ed illustrazioni di Romolo Romani, che sarà uno dei firmatari (ma ritirerà subito la firma, spaventato dal clamore suscitato, come fece anche Aroldo Bonzagni) del «Manifesto dei pittori futuristi».
Sul finire del 1908 Marinetti, ancora impregnato di cultura francese, è pronto a lanciare un nuovo «movimento» come usa fare in Francia, bandito da un relativo manifesto. Pensa a nomi come «dinamismo» (che sarà uno dei capisaldi della letteratura e, soprattutto, della pittura futuriste) o, addirittura, trascinato dalla sua «modernolatrìa» (altra parola magica del Futurismo prossimo venturo), «elettricismo», identificando nell’elettricità la modernità assoluta: e per quell’epoca non aveva torto, anche se, laddove i futuristi si fossero chiamati poi «elettricisti», il discorso sarebbe terminato prima ancora d’aprirsi.
Il nome del movimento sarà invece Futurismo, anche perché incorpora le tre lettere della sigla del fondatore, F.T.M.
Il manifesto è pronto per la pubblicazione – come ha ampiamente documentato Claudia Salaris (Storia del Futurismo, Editori Riuniti, 1985/1992; Sicilia futurista, Sellerio, 1986) – sul finire del 1908, ma in seguito al terremoto di Messina, che polarizza l’opinione pubblica, ne viene rinviata la pubblicazione fino al fatidico 20 febbraio del 1909 sulla prima pagina del quotidiano parigino Le Figaro, grazie ai buoni uffici interposti dall’egiziano Mohamed El Rachi Pascià, azionista del giornale, la cui figlia Rose Fatine è innamorata di Marinetti (gustosa in proposito la ricostruzione che ne fa Gino Agnese in Marinetti. Una vita esplosiva, Camunia, 1990).
La versione italiana – «Fondazione e manifesto del Futurismo» – appare poco dopo su Poesia, mentre il testo del solo manifesto viene stampato e diffuso in centinaia di migliaia di copie, in varie lingue, in Italia ed all’estero, e lo pubblicano quotidiani e riviste di ogni parte d’Europa.
Il dado è tratto, i ponti col Simbolismo sono bruciati alle spalle: con un atto di estrema volizione, Marinetti ha partorito (senza concorso di donna, proprio come farà il suo Mafarka con l’alato Gazurmah…) il primo movimento d’avanguardia del nuovo secolo, ed anzi, in certo senso, il primo movimento d’avanguardia in assoluto, che abbraccia sinesteticamente tutte le arti e la vita, indifferentemente: certo, sulla scorta di esempi decadenti, maudits, simbolisti, quando non addirittura baudelairiani, nietzscheani, wagneriani e bergsoniani, ma in assemblaggio assolutamente nuovo, mai visto prima.
Il Manifesto di fondazione è già di per sé un capolavoro di una nuova forma d’arte: perlappunto, quella «di far manifesti», di cui Marinetti sarà (e rimarrà) campione insuperato. E’ violento, stravagante, moderno, anticipatore, sconvolgente. E non è ancora niente, a fronte di quel che seguirà.
« Avevamo vegliato tutta la notte – i miei amici ed io (…). Avevamo lungamente calpestato su opulenti tappeti orientali la nostra atavica accidia, discutendo davanti ai confini estremi della logica (…). La scopa furente della pazzìa ci strappò a noi stessi e ci cacciò attraverso le vie (…). – Usciamo dalla saggezza come da un orribile guscio, e gettiamoci, come frutti pimentati d’orgoglio, entro la bocca immensa e torta del vento!… Diamoci in pasto all’Ignoto, non già per disperazione, ma soltanto per colmare i profondi pozzi dell’Assurdo! ».
Dopo questa vivida introduzione, ecco il vero e proprio Manifesto:
« 1. Noi vogliamo cantare l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia ed alla temerità. 2. Il coraggio, l’audacia, la ribellione saranno elementi essenziali della nostra poesia. 3. La letteratura esaltò fino ad oggi l’immobilità pensosa, l’estasi e il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale ed il pugno. 4. Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova. la bellezza della velocità. Un automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo… un automobile ruggente che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia. 5. Noi vogliamo inneggiare all’uomo che tiene il volante, la cui asta ideale attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita. 6. Bisogna che il poeta si prodighi con ardore, sfarzo e munificenza, per aumentare l’entusiastico fervore degli elementi primordiali. 7. Non v’è più bellezza se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro. La poesia deve essere concepita come un violento assalto contro le forze ignote, per indurle a prostrarsi davanti all’uomo. 8. Noi siamo sul promontorio estremo dei secoli!… Perché dovremmo guardarci alle spalle, se vogliamo sfondare le misteriose porte dell’Impossibile? Il Tempo e lo Spazio morirono ieri. Noi viviamo già nell’assoluto, poiché abbiamo già creata l’eterna velocità onnipresente. 9. Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna. 10. Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie di ogni specie, e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica o utilitaria. 11. Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa: canteremo le maree multicolori e polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne; canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri incendiati da violente lune elettriche; le stazioni ingorde, divoratrici di serpi che fumano; le officine appese alle nuvole pei contorti fili dei loro fumi; i ponti simili a ginnasti giganti che scavalcano i fiumi, balenanti al sole con un luccichio di coltelli; i piroscafi avventurosi che fiutano l’orizzonte, le locomotive dall’ampio petto, che scalpitano sulle rotaie, come enormi cavalli d’acciaio imbrigliati di tubi, e il volo scivolante degli aeroplani, la cui elica garrisce al vento come una bandiera e sembra applaudire come una folla entusiasta ».
Quindi la conclusione:
« Per troppo tempo l’Italia è stata un mercato di rigattieri (…). Suvvia! date fuoco agli scaffali delle biblioteche!… Sviate il corso dei canali, per inondare i musei! (…) I più anziani fra noi hanno trent’anni (…) quando avremo quarant’anni, altri uomini più giovani e più validi di noi ci gettino pure nel cestino, come manoscritti inutili. – Noi lo desideriamo! (…) La nostra bella e mendace intelligenza ci afferma che noi siamo il riassunto e il prolungamento degli avi nostri. – Forse!… Sia pure!… Ma che importa? Non vogliamo intendere! (…) Alzate la testa!… Ritti sulla cima del mondo, noi scagliamo, una volta ancora, la nostra sfida alle stelle!… ».
Attenzione al punto 8, « Il Tempo e lo Spazio morirono ieri »: siamo sul finire del 1908, e la relatività einsteiniana (1905, teoria della relatività cosiddetta «ristretta») non si può dire che faccia parte del patrimonio culturale comune, soprattutto umanistico, eppure Marinetti individua nel nesso Spazio/Tempo (e nella eterna velocità come costante) il fulcro della conoscenza futura, confermandosi drammaticamente in anticipo sui suoi tempi, e destinato dunque, come puntualmente avverrà, a non essere capito.

1909 / 2009 – Centenario del Futurismoultima modifica: 2008-09-17T01:19:24+00:00da juels.richelieu
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