Goliardia. No, non è morta. E qui cerchiamo di farvi capire che cosa è stata, è e sarà…

Goliardia… se ne ha in genere una conoscenza distorta, spesso interessatamente deformata… è difficile per chi non l’ha vissuta comprendere che cosa sia stata, anzi, dato che essa è metastorica, che cosa sia… ed è anche difficile che chi ha meno di cinquant’anni sia riuscito a viverla… anche se, nell’ultimo quindicennio, in molte delle antiche, illustri città universitarie, da Torino a Pergia, da Padova a Bologna, da Palermo persino a Roma, la Goliardia ha conosciuto una ripresa… Chi avrà la pazienza di leggere questo, e futuri interventi, di un goliarda eterno ventenne anche quando gli anni son molti, ma molti di più, ne saprà qualcosina… 

Negli anni a partire dal ’68 – ma il vero goliarda ha sempre preferito il ’69… – la Goliardia entrò in crisi. L’Università di massa indiscriminatamente aperta a tutti i diplomati delle medie superiori senza aver provveduto a far aumentare il numero delle sedi universitarie ed a realizzare indispensabili infrastrutture, dalle aule ai laboratori, dalle mense alle case dello studente, non era in grado di assorbire le nuove, sproporzionate ondate di matricole; i vetusti e gloriosi Ordini Goliardici non erano in grado di processare i neofiti, per consegnar loro con pergamena e pene più o meno corporali, più o meno pecuniarie, il benvenuto in Goliardia e in Università, fino ad allora sostanzialmente coincidente. Un forsennato “impegno” politico che già pericolosamente tendeva ad idolatrare quali nuovi strumenti dialettici la chiave inglese e la spranga (sarebbero seguite la molotov e poi la P 38) pretendeva di far tabula rasa in nome di un nuovissimo contropotere molto poco contro e molto potere, come si vide poi dalle carriere dei leaderini del ’68 e dintorni, del contropotere storico ed istituzionale da sempre insediato e nelle Universitates e nelle Civitates stesse sedi di Ateneo (poche, peraltro, all’epoca: non più di una ventina in tutt’Italia, isole comprese per dirla alla Aiazzone…): Nostra Santa Madre Goliardia, apartitica per meditata scelta, fin da quando aveva rifiutato di farsi intruppare nei GUF del Regime Fascista, ma di una apoliticità in un certo senso conservatrice, di sicuro elitista (attenti in tipografia: elitista, non etilista, anche se ai goliardi da sempre piace il buon vin!…) e fortemente gerarchizzata – sia pure con le parodistiche controgerarchie tipiche degli Statuta goliardici.


Fra il 1968 e il 1970 (per i profani; secondo la datazione di N.S.M.G. fra il 69 – 1 e il 69 + 1…) la Goliardia veniva spazzata via dalle grandi città – Roma e Milano in primis, Napoli a seguire – dove era concentrata la maggiorparte degli studenti universitari (non era più ormai consentita la automatica identificazione fra questi e i goliardi), e cominciava ad entrare in crisi anche a Genova, Venezia, Firenze, Bari… Resisteva nel 69 + 3 nelle antiche roccheforti o nei piccoli centri: Perugia, Bologna, Padova, Pavia, Torino, Siena, Modena, Parma, Urbino, Macerata. Poi si sarebbe isterilita e quasi spenta anche in queste oasi (salvo conoscere a partire dagli anni Novanta del secolo scorso una qualche ripresa in più sedi).
Ma nei primissimi anni Settanta nelle ridotte provinciali N.S.M. era viva, e lottava insieme a noi.

E il grido di protesta dei goliardi contro gli homines novi che avevano invaso le Università portandovi le loro menzogne ciclostilate più o meno in proprio e la loro forsennata politicizzazione militante (il più inquietante degli slogan di quegli anni fu l’orwelliano “il personale è politico”, che in era di Grande Fratello berlusconian-televisivo è toccato proprio al Berlusca rivivere con la tragicomica vicenda della lettera ad un giornale antiberlusconiano della signora Veronica, seconda consorte del nostro difensore dell’integrità del nucleo familiare, che gli intimava pubbliche scuse per il troppo disinvolto atteggiamento pubblico verso il gentil sesso…) si levò alto e musicale, e suonò così (diversamente fonetizzato dal Nord al Centro-Sud; il Nord che dice “figa” e il Centro-Sud che dice “fica”):

No, non è morta!

No, non è morta
la Goliardia!
Viva la figa, viva la figa!
No, non è morta
la Goliardia!
Viva la figa e il buco del cul!

Alla lotta di classe che stava sinistramente prendendo il sopravvento, così rimpianta dal rimbambito barone universitario Sanguineti in questo primo decennio del Terzo Millennio, i goliardi continuavano a preferire la lotta di cosce. E con assoluta equanimità, in spirito bipartisan, si direbbe oggi, senza far troppe discriminazioni fra il davanti e il didietro, anche se una tendenza sufista dell’Italica Goliardia ha sempre pontificato (come si esplicita nel Processo di Sculacciabuchi) che “il culo è per la gente dotta / per il villan fottuto c’è la potta”.

Clerici vagantes

Clerici vagantes ci chiamavano una volta
perché noi giravamo e bussavamo ad ogni porta;
donne e donzellette ci offrivano l’amore
dolce ed inebriante come un sorso di liquore.

Gira gira gira la ruota della vita
godi questo istante, doman non v’è certezza,
passan le stagioni della giovinezza,
passan le stagioni della gioventù…

Con lo sguardo torbido e il pàmpino stillante
ci precedeva Bacco gridando “avante! avante!”;
sui nostri visi lieti splendeva sempre il sole
e si specchiava Venere regina dell’amore…

Gira gira gira…

In taverne oscure, fra i dadi e i dolci canti
passavam del tempo la stagione e i nostri anni;
ora fra i grattacieli ed i caffè fumosi
si aggirano impegnati politici furiosi!

Gira gira gira…

Donne e donzellette intreccino ghirlande,
tra i frutti della vigna si intreccin sarabande;
ritorni sopra i visi il ghigno dei goliardi,
il vino scorra a fiumi, sian lucidi gli sguardi…

Gira gira gira…

(sull’aria di Carlo Martello) Goliardo

Goliardo, io vado in ogni dove
cercando strade nuove per la mia libertà.
Cantando si libera il pensiero
da questo cimitero che è l’umanità!
Io cerco, girando, la mia vita
perché non sia smarrita questa mia gioventù.
Il colore del cappello che io porto
sarà sempre il mio conforto in ogni avversità!
E quella gente che mi guarda e ride
nell’ignoranza beata s’uccide
senza capire il valore di quel che ho da dire.
Avvolto così nel mio mantello
io accetto tutto quello che questa vita dà.
E vivendo ho osservato che nel mondo
l’intelligenza, in fondo, è una rarità.
Per questo, vedendo tanta gente
parlare e non dir niente, io la sputtanerò.
E il mio canto pungente e un po’ volgare
forse varrà a fugare un po’ di vanità.
Cosa ne sai o volgo bastardo
cosa vuol dire fare il Goliardo
se tu ragioni soltanto contando i soldoni!
Goliardo, io vado in ogni dove
cercando strade nuove per la mia libertà!
Cantando, si libera il pensiero
da questo cimitero che è l’umanità!…

Testimonianze.

Da uno scartafaccio ritrovato risalente ai miei primi giorni in Goliardia – reduce dalle mia prime, entusiasmanti Feriae matricularum – ecco (anno 69 + 4) la mia interpretazione di Nostra Santa Madre (con un tono ingenuamente molto alla Kipling di If…):

Questo è Goliardia…

Se incontri una donna che tu non conosci, e ti piace e la prendi sotto il mantello, ecco, questo è Goliardia.
Se incontri una matricola e la metti in mutande, perchè sai che solo così nasce la forza di carattere e la possibilità di ridere dei pregiudizi, e che per comandare bisogna aver saputo obbedire, ecco, questo è Goliardia.
Se tu dici a una donna “sei bella”, senza con questo impegnarti a dichiarare amore eterno né solo ammirazione esteriore, ma solo intendendo dire quello che hai detto, ecco, questo è Goliardia.
Se metti qualcuno che ha meno bolli a strisciare per terra, ma dividi il tuo Bacco con lui, e se ha fame dividi il tuo pasto e il tuo vaglia, ecco, questo è Goliardia.
Se una lieta brigata di giovani si raduna a cantare allegre canzoni ed a celebrare la spontaneità, l’amore e lo schiaffo a uno status sociale irrigidito nella bifronte sterilità del conformismo e dell’anticonformismo, ecco, questo è Goliardia…

E queste sono altre significative testimonianze, risalenti tutte supperggiù agli anni Sessanta (tranne l’ultima).

Dall’Archivio del Bo’

Madre Goliardia: comprendere e non giudicare; l’arma più civile è il sorriso: quanto è bella giovinezza che si fugge tuttavia; nulla è sacro e inviolabile. Solo in un mondo impazzito come il nostro può trovarsi chi osi ricercare la morte di Nostra Santa Madre, senza rendersi conto che così apre la strada all’intolleranza ed alla violenza caratteristiche della più laida vecchiezza…

No, non è morta…

Goliardi, è Primavera!
Innalziamo gli stendardi della nostra giovinezza, risuoniamo i canti di chi ha sempre vent’anni, abbracciamo la nostra donna che è bella e sa perché ci ha scelto, brilli nei nostri occhi il disprezzo e ci diano allegrezza, musica e vino.
La Goliardia non è morta.
Non lo sarà mai, finché uno solo di noi esisterà, e se anch’egli, un giorno, dovesse morire, questa sia la sua morte. Amen.
Salaad
pari a vita della Serenissima di San Salvi

I Goliardi dei secoli

Goliardi!
questo scritto è per noi; per noi che crediamo a quanto esso contiene; per noi che, ridendo, mordiamo senza svillaneggiare alcuno; per noi che siamo figli di prìncipi o di contadini, e che siamo una corporazione all’antica. La nostra giovinezza è come un’albata che culmini nel sole di maggio; come una strofa che dal piano accompagni la brigata alla vetta dove si domina e si ansima per la fatica.
Le taverne sono nostre come le vie che ingombriamo e le piazze che tumultuano nel vario colore dei nostri cappelli e nello sventolìo dei nostri gonfaloni. La vita è nostra come l’amore, la fede, la carità, la speranza, il male ed il bene; di ciascuno secondo il suo cuore.
E per comprenderci ci amiamo, e per migliorarci ci amiamo.
Viviamo da secoli insieme perché ognuno di noi sa che la solitudine raramente corregge gli uomini. Le nostre canzoni sono di tutti e sono nostre: come l’universo. E le cantiamo per dare alla nostra felicità il sapore di molte infelicità superate. Nel nostro riso c’è l’argento del sistro e il singhiozzo di tutte le esperienze sofferte.
Amiamo il vino perchè il diluvio ha dimostrato che tutti i malvagi sono bevitori d’acqua. Ognuno di noi ha il suo Dio che lo regala ogni giorno di un povero immenso dono. E ci contentiamo. I libri sono il nostro tormento e la nostra passione: come la Scienza che ci affratella. E se capita che un maestro sia insigne, lo onoriamo. Crediamo a tutti e a nessuno: per moto del cuore, per paura di fraintendere un gesto od una intenzione pulita con una ragione inadeguata se non laida.
Fra di noi vi fu il figlio di Pietro Bernardone che sposò Madonna Povertà e visse, come vi fu Stravizio pisano che sposò la bella sposo senese e morì. Santo Francesco aveva una veste di bigello e la sua sposa nulla avea. Ora è sugli altari del mondo e ci aiuta a vivere. Stravizio aveva un orcio di vino e la sua sposa venti denari. Ora aleggia nelle nostre taverne e ci aiuta a non piangere.
Ci si perdoni l’accostamento.
I nostri vecchi ci hanno insegnato a dividere il pane ed il sale e ci hanno dato le gambe per incamminarci. Ed il cuore. Oggi ci mandano il vaglia delle loro trepidazioni. Noi, purtroppo, non possiamo rendere molto di quanto ci hanno dato, se non il dottorato della nostra infinita gratitudine. Essi, poveri vecchi, ci hanno perduto: come l’albero perde il suo frutto. Essi, ansando prima di vederci camminare, hanno voluto indicarci la strada per vederci andare con moto piano sublime. Hanno anche rinunciato, e noi paghiamo il prezzo di quel loro volerci risparmiare il pianto di Adamo.
Non vi è tranquillità per noi, se non quella che il mondo può offrirci. Siamo i Goliardi dei secoli. E se poi nulla di questo fosse vero? Accetteremmo. Come quando la nostra ragazza ci lascia e piange perché ci vuole ancora bene e noi, dopo, la onoriamo di fiori. Per non lasciarla sola. Perchè “puella cum sola cogitat, male cogitat”, e noi vorremmo dirle “nec possum tecum vivere nec sine te”.
E dopo? Noi resteremo così. Fino a quando “coeli movendi sunt, et terra”.
Un Goliarda (1947)

Dichiarazioni ed elaborazioni che provengono tutte da un testo “storico”, la solenne proclamazione del “Concetto di Goliardia” che in un Paese distrutto appena uscito dai drammi della guerra e della guerra civile, ed ancora sottoposto ad occupazione militare straniera, ma restituito comunque alla libertà, i Gran Maestri della ricostituita Goliardia (che il regime aveva voluto assorbire ed intruppare nei GUF), riunitisi nell’Università di Venezia per il Primo Convegno dei Principi di Goliardia, emanarono l’8 aprile del 1946; erano rappresentati i Sovrani Ordini goliardici di dieci Atenei, tutti del Centro-Nord (Venezia, Bologna, Ferrara, Firenze, Genova, Padova, Parma, Pavia, Torino, Trieste); la situazione politica, economica, sociale e militare, d’altra parte, era quella che era…

Concetto di Goliardia

Goliardia è cultura e intelligenza.
E’ amore per la libertà e coscienza delle proprie responsabilità sociali davanti alla scuola di oggi e alla professione di domani.
E’ culto dello spirito che genera un particolare modo di intendere la vita alla luce di una assoluta libertà di critica, senza alcun pregiudizio di fronte ad uomini ed istituti.
E’ infine culto delle antichissime tradizioni che portarono nel mondo il nome delle nostre libere Università di “scholari”.
I Principi di Goliardia

Ed allo storico “Concetto di Goliardia” cercarono di rifarsi ancora una volta i Principi nel convegno di Milano del 5 maggio 1968, ormai però sulla difensiva – il linguaggio lo evidenzia… – dinanzi all’offensiva della politicizzazione forsennata ed all’alluvione dell’Università di massa:

Goliardia e politica

Questa storica definizione della Goliardia (il Concetto di Goliardia, che veniva riportato integralmente – NdR) non la si ripeta supinamente, ma la si attui e la si concretizzi. Da tale definizione viene ribadita e riconfermata l’apoliticità e l’aconfessionalità della Goliardia e, quindi, degli Ordini Goliardici.
Poiché è solo alla luce di questa nostra assoluta libertà di Goliardi che, senza pregiudizi, e nel più assoluto rispetto per la coscienza, della libertà e dell’individualità di ognuno di coloro che entrano a far parte della nostra famiglia, possiamo affermare che Goliardia è, soprattutto, fratellanza, una sacra fratellanza dove i diversi credi politici e religiosi non hanno alcuna possibilità di creare fratture, fazioni, divisioni.
Ogni Goliarda è libero di aderire, politicamente, a questo o a quel movimento; alla Goliardia questo non interessa.
Ogni Goliarda è libero di aderire, spiritualmente, a questa o a quella fede religiosa, ed è anche libero di proclamarsi ateo (purché creda almeno in Bacco Tabacco e Venere): alla Goliardia questo non interessa.
Politica e religione sono due campi estranei alla Goliardia.
La Goliardia dice: “Sei libero. Usa di questa tua irrinunciabile libertà come meglio credi e secondo la tua coscienza di uomo libero”.
La Goliardia possa eternamente durare in barba ai mestatori ed agli arrivisti, ai politicanti ed ai commercianti, ai filistei ed ai missionari di fede affinché coloro che verranno dopo di noi possano sempre definirsi e proclamarsi, con antica e sempre nuova fierezza, “servi unius nostrae libertatis”.
I Principi di Goliardia

SatanAsso da Taranto

(dal libro di prossima apparizione “Carmina Burina)

Goliardia. No, non è morta. E qui cerchiamo di farvi capire che cosa è stata, è e sarà…ultima modifica: 2008-08-19T00:32:56+00:00da juels.richelieu
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