CONTRA TARENTUM – i panni sporchi NON si lavino in famiglia!

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Dopo il dissesto, e dopo la velenosa campagna elettorale per il Comune del 2007, con strascichi di vario genere, si sono registrate in Taranto polemiche fra gli stanziali e svariati giovani giornalisti, narratori, romanzieri che, emigrati, si erano variamente occupati di Taranto, tutti con toni molto poco ottimistici. Questo mio “sfogo”, poi mai pubblicato, risale appunto a quel periodo. Ma non mi sembra che dall’autunno 2007 all’inizio dell’estate 2008 le cose siano cambiate; in meglio, poi, meno che mai… (giuseppe mazzarino).

 

Contra Tarentum

  Questa città, che ho amato e forse amo ancora, mi fa un male fisico. E’ come quegli amici di infanzia che si son persi per droga, che si son bruciati col terrorismo, che son finiti nelle reti del gioco d’azzardo e dell’usura e son diventati delinquenti anch’essi, magari trafficanti d’armi e dollari falsi, e tu non condividi nulla delle loro scelte e della loro vita di dopo, ma neppure dimentichi che sono stati, e quindi sono, parte di te, della tua vita di prima, della tua ciclica vita di sempre, fuori del tempo, fuori della storia.

 

  Taranto è così. E’ un cesso di città, lo hanno scritto in tanti, romanzieri, giornalisti, tutti come me Tarantini emigrati. E i Tarantini rimasti tutti a incazzarsi: ma come vi permettete, noi abbiamo il sole, il mare, i tramonti sul lungomare, il ponte girevole, le cozze, ‘u Tarde (la denominazione vernacolare della squadra di calcio) e la birra Raffo, vuoi mettere?

 

  Poi, secondo gli anni del dolente calendario di fine ed inizio millennio, ti dicevano anche, con rabbia, infatuazione e fanatico entusiasmo: noi abbiamo Giancarlo Cito, noi abbiamo Rossana Di Bello, è iniziato il rinascimento della città, vuoi mettere? Adesso dicono, con lo stesso fervore e le stesse percentuali con le quali salutarono divinità in terra il geometra editore manganellatore e la biologa gioielliera dal trucco pesante che vantava una sua tarentinità delle cozze, noi abbiamo Ezio Stefàno, vuoi mettere?

 

  Non mi piace la notte della critica in cui tutti i gatti sono neri e, avendo in un’altra vita, senz’altro migliore, fatto anche il giornalista, senza paraocchi né sacchetti di biada, non sono neanche così qualunquista da dire che sono eguali, il medico santo eletto a furor di popolo sindaco di Taranto nel ballottaggio del giugno 2007 e la sindaca degli sperperi e del dissesto trionfalmente rieletta a prima botta nel 2005, dopo aver trionfato nel ballottaggio del 2000 contro il candidato del Centrosinistra e contro Cito; o che sono eguali la Di Bello e Cito, o Cito Di Bello e Stefàno, magari in compagnia di un altro dimenticato sindaco di Taranto degli anni dell’elezione diretta, Mimmo De Cosmo, braccio destro ed alter ego del geometra editore, adesso che è scomparso tutti dicono che era una brava persona, non aveva rubato; magari è vero, ma è stato anche un bravo sindaco? E la sua amministrazione è stata una buona amministrazione?

 

  No, non sono uguali tra loro i quattro: è uguale sempre, purtroppo, la fideistica aspettazione dal sindaco di miracoli d’ogni sorta, il divampare violento di una passione per l’uomo della provvidenza di turno, salvo resettare la memoria, fingere – quando questi potenti di cartapesta cadono dai loro troni di compensato – di non averli mai visti, mai voluti, mai votati; fingere che sia sempre stato qualche altro ad averceli mandati… I baresi, di solito, che negli ultimi anni di flagelli veri o presunti ce ne hanno mandati assai, che fossero il commissario prefettizio o il commissario liquidatore, manager di Usl, Asl Ausl o come caz…volo si chiamano adesso (altro vizio, non locale ma italico: fare riforme del Menga consistenti nel cambiare nome alle strutture, con sprechi di denaro per targhe, insegne, carta intestata e campagne di pubbliche relazioni che nascondono, e male, solo tangenti ed elargizioni a supporter elettorali e soci in affari: mai Urp ed uffici stampa in pianta organica, sempre convenzioni, con singoli o con improvvisate “agenzie” di comunicazione e pubbliche relazioni… che senso ha la “pubblicità” di una azienda sanitaria pubblica? Dovrebbe avere relazioni col pubblico, non fare pubbliche relazioni), commissari dell’Autorità portuale, presidenti di municipalizzate, per un certo periodo persino assessori comunali… Come dimenticare che Cito imbarcò come assessore il comico barese Gianni Ciardo? Quasi che di gente che faceva ridere non ne avesse a sufficienza intorno a sé… ma forse, più che altro, faceva piangere…

 

  Siccome Taranto non è stata spopolata e ripopolata con immigrazioni forzate, come fecero i Romani dopo la conquista e la guerra annibalica e come fecero i Bizantini dopo la devastazione saracena, e siccome la sua popolazione è rimasta stabile, non rimpolpata con immigrazioni di massa come negli anni della navalmeccanica prima, dell’industria siderurgica di Stato poi, siccome, per capirci, nell’ultimo ventennio la gente è rimasta sempre quella, dobbiamo constatare – senza nemmeno fare troppi sforzi di analisi – che i fanatici di Cito sono diventati fanatici della Di Bello e poi di Stefàno. Senza vergogna. Senza analisi ed autoanalisi. Senza mea culpa. Come se fosse naturale. Dicono che sia la modernità, la nuova politica, l’alternanza democratica, una concezione post-novecentesca della fede politica… Sarà. O forse sarà anche che in queste terre – altro che le puttanate su Taranto capitale della Magna Grecia, che di capitali non ne ebbe mai – l’impronta lasciata dalle armate di occupazione dai Vicerè e dagli Intendenti è sempre troppo forte, e l’antico detto meridionale, pugliese e tarantino “Franza o Spagna purché se magna” qui è sventolato come un blasone, insieme a quella autentica bandiera nazionale che è la gabbana reversibile sulla quale campeggia in lettere d’oro la parola d’ordine, impegnativa per tutti: “Tengo famiglia”.

 

  Senza vergogna. Come chi è stato consigliere regionale e deputato del Centrodestra e poi sottosegretario e assessore regionale del Centrosinistra, in continuità di mandato. Come chi ha cantato le lodi di Cito, di De Cosmo, della Di Bello, e adesso le canta di Stefàno. In continuità di attività politica o di attività mediatica. Senza vergogna. Come chi inveisce contro i politicanti di professione ma fa politica come unica professione da quando aveva sedici anni, non ha mai lavorato un giorno in vita sua, non ha un titolo di studi, non è mai stato neppure eletto direttamente dal popolo nella maggiorparte delle consultazioni alle quali ha partecipato o delle quali si è occupato, però un seggio, una seggiola, uno strapuntino, una vicepresidenza o vicesindacatura o vicequalchecosa l’ha sempre trovata, e sempre senza il fastidio del passaggio dalle urne. Senza pudore. Senza memoria. Approfittando del periodico tasto reset schiacciato dai Tarantini, che azzera ogni memoria. Come Peter Pan, ogni giorno il Tarantino si alza e si stupisce del mondo; eterno fanciullino, non ricorda di aver spasimato per Giancarlo o Rossana, e domani, se Ezio cadrà, non ricorderà d’aver spasimato anche per lui; così come ha fatto presto a dimenticare di avere avuto una cotta per Gianni, Florido, intendo, eletto a prima botta, sia pure con uno scarto non enorme, presidente della Provincia, e poi criticato come aspirante imperatore perché aveva raccolto la richiesta di dirigenti politici, ministri e amministratori del Centrosinistra di candidarsi a sindaco della città del dissesto. Reset. Ogni giorno ha la sua pena, ogni giorno ha la sua storia. E, beninteso, è tutta colpa “loro”, di “quegli altri”. Dei Tarantini, mai. Essi sono innocenti.

 

  La città è da anni agli onori della cronaca: nera, di solito. Negli anni Ottanta per gli ammazzamenti, una mattanza da far impallidire quelle siculo-calabresi e napoletane. Poi per i sindaci e i consiglieri comunali ed altri pubblici amministratori al gabbio: percentuali impressionanti. Quindi per Cito, il geometra editore che era a cena, la notte di Natale, a casa di un piccolo boss della criminalità organizzata locale: “ero lì per intervistarlo, sono un editore”, fu la sua linea difensiva quando lo pizzicarono gli agenti. E meno male che si autodefinì editore e non giornalista, se no sputtanava il giornalismo ancora di più. Cito il manganellatore, Cito che come Mao Tze Tung fa una nuotata mediatica, Cito che col suo secchiello di asfalto fumante ripara le buche stradali che rendevano e rendono le strade di Taranto simili alla Svizzera… ma solo perché richiamano l’Emmental. Cito, il più amato dai Tarantini. Che da sindaco organizzò anche una spedizione a Milano, per mettere a posto Bossi con un paio di calci in culo, disse. Cito che usava la sua tv come un manganello mediatico, e che, precursore di Berlusconi, trasformò la sua tv in un partito, si presentò alle elezioni e vinse: sindaco, poi deputato; rischiò persino di farcela a farsi eleggere deputato europeo in una circoscrizione, quella dell’Italia meridionale, immensa. E in realtà forse ce l’aveva fatta davvero; la leggenda metropolitana dice che con un piccolo broglio il seggio fu assegnato invece che al partito di Cito al Partito repubblicano italiano. Se è vero, meglio così, comunque. Dopo aver sputtanato Taranto in Italia, ci mancavano solo Strasburgo e Bruxelles…

 

  Dopo Cito, e il suo ectoplasma De Cosmo, trionfante contro la locale nomeklatura del Centrosinistra (fu lui a stracciare il medico santo Stefàno, oggi tornato sugli altari), arriva Rossana Di Bello, la berlusconessa. Manca solo che dica, come il Cavaliere, “ghe pensi mi”. Perché la sua linea di condotta è quella; ma se non lo dice in lumbàrd, lo dice in un italiano dalle pesanti e gutturali inflessioni tarentine (con la “e”, da Tarentum, la città asservita ai Romani, quella della “tarentinità”, appunto, cara ai cantori di Marche Polle, cozze e vernacolo e simili consolazioni da schiavi…). La plebe applaude, il sottoproletariato pure, la borghesia delle professioni e degli impieghi è in sollucchero. Hanno tutti votato Cito, nei quasi dieci anni precedenti, ma la Di Bello sembra a tutti più presentabile. E poi, vuoi mettere, è pure donna, conosce Berlusconi e gli dà dal tu: Taranto rinascerà! Più che altro, rinascono e si espandono lobby affaristiche e familistiche. Affari discutibili, fiumi di miliardi di provenienza Unione Europea che finiscono quasi sempre, in varia forma, agli amici, amici degli amici, parenti degli amici. Ma al di là delle ristrutturazioni edilizie (o del rifacimento di strade pedonalizzate con finta pietra di Trani che già si è spaccata a pochi anni dalla posa in opera…), dell’affidamento di servizi a personaggi in odore di mala, che poi nemmeno corrispondevano i miserabili canoni pattuiti, anzi mettevano le spese a carico del Comune (vedi parco Cimino), dell’ingerenza in ogni minimo particolare dell’attività amministrativa, salvo non accorgersi (e questa, signori della Corte, è la tesi della difesa…) che le buste paga di un ampio gruppo di dipendenti comunali e di superburocrati lievitavano illegalmente fino a superare quelle, altrettanto scandalose ma dichiarate, dei cosiddetti supermanager degli Enti di Stato o della Sanità pubblica, anche l’amministrazione Di Bello cadde suicida per una condanna in primo grado del sindaco ma soprattutto per dissesto ed ammanchi incommensurabili. Tanto che il buco nero nei conti del Comune di Taranto è ancora di proporzioni indefinite, dopo che da più di un anno un apposito commissario, barese e super-retribuito, con tutta una squadra di sua esclusiva fiducia e che solo a lui risponde (come gli assessori di Cito o della Di Bello), indaga studia e verifica per accertarne la consistenza.

 

  Si chiama dissesto: in soldoni, vuol dire che il Comune è fallito. In pratica, vuol dire che per i prossimi trenta, quarant’anni al minimo (ma c’è chi dice almeno cinquanta…), qualsiasi amministratore i Tarantini decidano di eleggere potrà decidere poco o niente, avendo a malapena i soldi per condurre l’ordinaria amministrazione. E nel frattempo, fra le altre conseguenze, tutte le tasse e le imposte sono schizzate al massimo possibile ed i servizi tagliati al minimo. Oddìo, c’è sempre il governo del territorio, e difatti appena ristabilita la normalità politica, dopo un anno di commissariamento, si sono rimessi in moto personaggi con valigette di denaro cash, interessati, guarda un po’, alla costruzione di nuovi, immensi quartieri con centro commerciale incorporato, o meglio, centri commerciali con quartieri inclusi…

 

  Ma Taranto è anche la capitale della diossina emessa dalla sua industria siderurgica già di Stato ed oggi privata, praticamente regalata da Prodi ad un padroncino che sembra sbucar fuori da un romanzo di Dickens: il cavaliere del lavoro (altrui) Emilio Riva. Diossina, polveri sottili, sversamenti in mare di mercurio, scarsa manutenzione – come denunciano i sindacati, nel fastidio della Sinistra di governo – repressione da Gulag di qualsiasi istanza sindacale (vedi la famigerata vicenda del piccolo Lager aziendale, la Palazzina Laf , che è costata al padroncino la prima condanna, purtroppo non ancora passata in giudicato…). E, soprattutto, morti bianche. Un altro primato tarantino. Fra operai direttamente dipendenti dall’Ilva o, più spesso, operai delle ditte più o meno improvvisate, più o meno rapaci, che campano di indotto e subappalto ed alle quali padron Riva ha più che volentieri affidato l’ampia quota di lavoro esternalizzato.

 

  Lavoro e morte, una endiadi che la morale del profitto e della rapacità, linea-guida della politica della Seconda Repubblica, anche per buona parte delle formazioni politiche di Sinistra, sta rendendo quasi ineluttabile. Lavoro e morte come incidenti sul lavoro; lavoro e morte come inquinamento; lavoro e morte come corruzione della vita pubblica…

 

  Dopo la Di Bello e il dissesto, ed oltre le “morti bianche”, Taranto va ancora in prima pagina per la disfida a Sinistra fra candidati sindaco: quello riformista Gianni Florido, ex segretario della Cisl, presidente in carica della Provincia, e quello delle Sinistre radicali Ippazio Stefàno, pediatra, già assessore nelle giunte comunali di Sinistra del secolo scorso e senatore eletto nelle liste del Pci. Trionferà Stefàno, che si presenta come indipendente ma, subito dopo le elezioni, si iscriverà a Rifondazione comunista. Fra i suoi supporter ci sono però i “moderati” del partitino centrista Udeur (guidato dall’ex consigliere regionale di Centro-Destra ed ex deputato eletto con un ripescaggio nel Polo Massimo Ostillio, che nel corso della legislatura 1996/2001 passò da Destra a Sinistra e, eletto in nome di Berlusconi, riuscì pure a fare il sottosegretario di D’Alema; sul finire della legislatura 2001/2006 impose dapprima alla Provincia di Taranto la propria nomina ad assessore; cacciato dal presidente Florido perché tramava contro di lui, si fece nominare – sempre ricoprendo il mandato parlamentare – assessore regionale da Vendola…) e dei secessionisti fuoriusciti dai Ds con a capo un ex consigliere regionale comunista e poi diessino, Gaetano Carrozzo: ultimo impiego, sconosciuto, non ha mai lavorato ma è sempre vissuto di funzionariato politico, dagli anni liceali con la Federazione giovanile comunista e via via… E’ riuscito anche a fare per un paio d’anni il deputato europeo, perché Occhetto, incazzato col partito che aveva tenuto a battesimo, si dimette non solo dalla formazione politica ma anche dal seggio che aveva conquistato a Strasburgo. Nel 1999 il nostro (Carrozzo, non Occhetto) era candidato alla presidenza della Provincia: fu triturato dal candidato del Centro-Destra, Domenico Rana. Nel 2005, quando Florido vince le elezioni per il Centrosinistra, viene designato, non essendo mai stato in lista, quale vicepresidente della Provincia. Sarà cacciato poche settimane prima delle comunali 2007, perché fa la guerra a Florido ed al suo stesso partito, i Ds. Sempre rigorosamente senza essersi candidato (e contato), quando Stefàno vince si fa nominare vicesindaco. E subito si scaglia contro alcuni candidati non eletti nelle liste che hanno appoggiato Stefàno e che il sindaco vuol mettere a capo – per requisiti professionali e cospicue esperienze maturate nella gestione pubblica – di due imprese municipalizzate in crisi. E riesce a far prorogare i mandati dei due inefficienti consigli d’amministrazione. Fino allo show down, quando deve lasciare vice-sindacatura e maggioranza comunale, aderendo al Partito democratico, quello al quale aveva fatto la guerra in campagna elettorale pochi mesi prima…

 

  Taranto va in prima pagina perché il candidato delle Sinistre estreme ha vinto, per quanto il capo dell’Udeur Mastella si affanni a dichiarare in campagna elettorale che non è vero, che non è così, che la coalizione è variegata e che Stefàno, d’altronde, è un indipendente. Ahilui, appena eletto Stefàno si precipita ad iscriversi a Rifondazione…

 

  Ma Taranto torna in prima pagina nel 2007 – oltre che per qualche incendio di stagione, niente di drammatico, per carità, niente di paragonabile coi roghi e coi morti del Gargano o della Sicilia, ma non ci facciamo comunque mancare mai niente… – anche per il dramma dell’ospedale di Castellaneta, dove nell’Unità di terapia intensiva sono stati scambiati il tubo dell’ossigeno e quello dell’azoto: otto morti in pochi giorni, ospedale aperto in piena campagna elettorale (si vota anche per quel Comune) a fini elettoralistici, senza nemmeno il collaudo degli impianti… Taranto torna in prima pagina, ma sui quotidiani nazionali: il più grande giornale dell’area, la Gazzetta del Mezzogiorno, buca la notizia perché, assente il direttore, il capo redattore centrale di turno a Bari non la ritiene abbastanza interessante; peggio ancora, fa modificare il già misero articoletto che è stato chiesto alla Redazione di Taranto, tagliuzzandolo ed appiccicandovi una dichiarazione tranquillizzante e minimizzante dell’assessore regionale alla Sanità. Il quale smentisce notizie che, perlomeno nella parte nazionale, il giornale non sta neppure fornendo ai lettori…

 

  E torna ancora in prima pagina, Taranto, la terza metropoli del Sud per popolazione, perché nel pieno di una rovente estate resta per otto giorni coi rubinetti a secco, senz’acqua. Acqua che torna solo quando, dopo lo sputtanamento sui quotidiani nazionali, la Repubblica , in particolare,  partono gli avvisi di garanzia per capoccioni dell’Acquedotto pugliese; servizio pubblico essenziale e vitale che, guarda caso, come era stato nel caso dell’Italsider-Ilva, in quasi perfetta concordia Destre e Sinistre vogliono privatizzare.

 

  E poi i Tarantini “stanziali” si scagliano contro quelli “emigrati”, perché – guarda un po’… – è troppo facile criticare, stando fuori…

 

  Datemi un’altra città, ve ne prego!

 

Giuseppe Mazzarino

(testo mai pubblicato, autunno 2007)

CONTRA TARENTUM – i panni sporchi NON si lavino in famiglia!ultima modifica: 2008-07-03T00:30:00+00:00da juels.richelieu
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