Marzo 1978 / marzo 2008: il rapimento Moro e l’impatto sulla vita quotidiana della gente e dei politici.

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1978/2008, trent’anni dal delitto Moro e dalla strage della sua scorta. Migliaia di pagine, di dichiarazioni, dozzine di libri, quasi tutti di terroristi e di beneficati da Moro che Moro lo avevano nei 55 giorni rinnegato. Che barbarie! Mio padre, che negli anni roventi del terrorismo è stato deputato (1968/1983) e sottosegretario (1974/1979), e che Moro lo conosceva bene, da collega, non da cliente, un po’ immalinconito anche dalla parodia della politica che va in scena nella cosiddetta “Seconda Repubblica”, ha inviato una lettera al Corriere del Giorno per ricordare il prezzo, assai pesante, pagato anche nella vita quotidiana dai politici durante gli anni di piombo. Altro che “la casta”… Nota personale: il figlio giornalista che alla fine uno sciagurato giornale si decise a trasferire a Roma, che era peraltro la sede promessa al momento dell’assunzione, solo quando diventò uno dei bersagli principali di una banda di aspiranti terroristi, sono io. Anni dopo, nel corso di una chiacchierata con Lorenzo Del Boca che era all’epoca vicesegretario della Federazione della Stampa (sarebbe divenuto poi presidente della Fnsi ed è attualmente presidente nazionale dell’Ordine dei Giornalisti), venne fuori che anche a lui, giovane giornalista di provincia della Stampa di Torino, era capitata la stessa cosa. La Stampa lo mandò per una nano come inviato negli Usa. A me La Gazzetta del Mezzogiorno regalò tre mesi in aspettativa senza stipendio, prima di trasferirmi (a costo zero, va da sé) nella Redazione romana, come circa due anni prima avevano giurato di intendere fare, dopo un paio di mesi tarantini, quando mi avevano assunto dall’agenzia ASCA, dove lavoravo. Lo stile non è acqua, e si vede anche in situazioni di crisi come furono, senz’altro, gli anni di piombo. E comprenderete poi perché a me gli ex terroristi (ex?), specie quando vogliono impartirci lezioni, magari con lucrosi incarichi pubblici, stiano un po’ sulle palle… (Giuseppe Mazzarino)    

 

Una testimonianza dell’on. Mazzarino Quel 16 marzo e la vita quotidiana.

Quella mattina del 16 marzo del 78 poteva essere per me, personalmente, una mattina qualunque. Non mi sfuggiva certo la novità del varo di un governo con partecipazione del Partito comunista alla maggioranza parlamentare, ma per me, che avevo partecipato agli incontri della direzione nazionale in preparazione dell’evento, anche questa non era una novità assoluta. Ero sottosegretario uscente ed entrante al ministero del Tesoro, incarico che, nell’avvicendarsi di vari presidenti del consiglio e ministri del Tesoro, ricoprivo da ormai quattro anni. Ero diventato il decano fra i colleghi di via XX settembre. Mia era la responsabilità dei rapporti con le commissioni Finanze e Tesoro e Bilancio di Camera e Senato, mia la delega per la partecipazione ai consigli dei ministri economici e finanziari della Comunità europea. Votavamo la fiducia ad un nuovo governo, ma io rimanevo con il mio incarico e nelle mie stanze; poco più di una formalità, insomma, senza nemmeno i piccoli fastidi di un trasloco di uffici. Passai dal ministero per firmare alcune carte, arrivai a palazzo Chigi dove era riunita, in vista del giuramento, la squadra di governo quando irruppe Franco Evangelisti, il sottosegretario alla Presidenza di Andreotti, per annunciare: hanno rapito Moro.

Ci trasferimmo immediatamente a Montecitorio, dove il governo ottenne la fiducia. Mi recai di corsa a piazza del Gesù, sede della direzione nazionale della Dc. C’era una atmosfera non solo pesante ma di drammatica attesa, temevamo che quell’atto fosse il primo di una possibile serie di attentati a persone e luoghi, quasi l’inizio di una guerra civile, sotto una regìa che a lungo sembrò davvero perversamente efficiente, con ramificazioni occulte e possibili collegamenti internazionali. Lo stesso ministro dell’Interno, Cossiga, non aveva notizie da comunicarci. Ci sembrava addirittura che si aprisse una fase di quotidiana convivenza con il terrorismo e con il rischio di attentati. Eravamo tutti obiettivi sensibili. Noi e le nostre famiglie, come mi fu chiaro quando, qualche tempo dopo – Aldo Moro era già stato assassinato – il capo dei servizi segreti militari, un ammiraglio, venne a trovarmi al ministero per dirmi che la situazione era sotto controllo, ma che a Taranto una cellula di terroristi, aspiranti brigatisti rossi, stava progettando un attentato contro i miei figli, e mi suggerì di trasferire la famiglia a Roma, dove sarebbe stato più facile tenerci sotto scorta e proteggerci. Il più piccolo dei miei figli si trasferì per una vacanza di studio in Inghilterra, per un paio di mesi; altri tre erano già all’Università, ed evitarono di rientrare a casa se non in rarissimi casi; il più grande, Giuseppe, giornalista, che lavorava a Taranto, andò in aspettativa senza stipendio  per tre mesi, fino a quando, peraltro con due anni di ritardo su impegni già assunti, non fu trasferito a Roma.

 

L’incubo che viveva il Paese fu percepito da ciascuno degli Italiani in modo diverso; la grande Storia entrò anche nelle nostre vite quotidiane, stravolgendole.

Davvero, dal rapimento Moro in poi, nulla fu più come prima. Lo percepimmo subito, ma ci fu chiaro la mattina del 9 maggio, quando la televisione mostrò a tutti gli Italiani – ma alcuni di noi ebbero il macabro “privilegio” di vederlo di persona… – il cadavere del nostro presidente riverso nel bagagliaio della Renault rossa. E se ripenso alla vita politica in quella che chiamano Prima Repubblica, penso anche ai prezzi che abbiamo pagato…

 Antonio Mario Mazzarino

già deputato al parlamento

 

(dal “Corriere del Giorno”, marzo 2008)

Marzo 1978 / marzo 2008: il rapimento Moro e l’impatto sulla vita quotidiana della gente e dei politici.ultima modifica: 2008-06-08T22:45:00+00:00da juels.richelieu
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