Archivio. 2002, quando sembrava che a Taranto la ripresa ci fosse…

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Primavera 2002: una amica tarantina, anch’ella emigrata a Roma, Tiziana Grassi, sta preparando un libro di interviste a tarantini, in sede e fuori sede, su Taranto; lo ha intitolato “Dicono di Taranto”; uscirà alcuni anni dopo per le edizioni Ink line. Questo è il testo della mia intervista, che fu poi rimaneggiata anche perché, nel frattempo, chiusa la Redazione romana del mio giornale, a Taranto ci ero stato deportato, e non certo per scelta professionale… Come documento è ancora valido, anche se, rispetto all’entusiasmo per la (apparente) svolta ambientalista del Comune di Taranto devo dire che io, che passo per pessimista, ero stato fin troppo ottimista. E anche per l’Università, dopo la scelta suicida del Centro-Destra nel 2004 di non ricandidare Domenico Rana (gli elettori punirono la mossa, prevalse al primo turno il Centrosinistra), la tensione in proposito si è indebolita, e Taranto continua a non avere il suo Ateneo…

  

 

GIUSEPPE MAZZARINO

Giornalista e scrittore – Cronista parlamentare della “Gazzetta del Mezzogiorno”

Consigliere Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti

Vicepresidente dell’Associazione della Stampa di Puglia

La “partenza” come libera scelta. L’eredità greca ci insegna…

Taranto-Roma. Roma-Taranto: “un viaggio”, un rapporto. Che percorre la tua vita, la tua professione giornalistica, i tuoi studi, attraversando emozioni, analisi, ricordi…

Partiamo dal lavoro?

Già, il lavoro. Iniziato a Taranto, come vocazione, a Roma, come primo contratto; poi ancora Taranto, quindi Roma. Anche se occasioni non ne son mancate, ho scelto di continuare a lavorare per la “Gazzetta del Mezzogiorno” (lo faccio dal 1976…), il maggior quotidiano pugliese, anche perché, ovviamente, mi sento molto coinvolto nelle vicende del “mio” territorio, legato agli interessi ed ai destini di Taranto e, più in generale, del Sud. Così come ho conservato rapporti intensi, fisici, con una città, Taranto, in cui ho i parenti e gli amici, oltre ai miei ricordi. Partendo proprio dai ricordi, e volendo fare alcune considerazioni più generali sul destino di Taranto, parlerei degli anni ’70, quando tutta una generazione – per la prima volta pressoché tutta intera, dopo l’apertura dell’Università a tutti – lasciava la città per andare a studiare altrove. Io ero fra questi. In quel momento Taranto sembrava avviata ad un futuro radioso, gli indicatori economici erano positivi ed in costante crescita da tempo, grazie soprattutto alla scommessa dell’industrializzazione, della modernizzazione. Per inciso, la telematica e l’informatica muovevano allora i primi passi, e a Taranto fu organizzato il primo corso in tutta l’Italia del Sud per operatori IBM, quello che era allora il massimo dell’informatica applicata. In un certo senso era una scommessa azzardata. Oggi stravaganti personaggi hanno riesumato il mito polemico delle cattedrali nel deserto (ma sono gli stessi che, non gratuitamente, esaltavano negli anni ’60 il paradosso dell’acciaio fra gli ulivi), ma allora fu atto rivoluzionario e vincente portare il lavoro dove c’erano i potenziali lavoratori, invece di strapparli dalle proprie case e dalle proprie tradizioni per farne una merce… Ma sto forse persino anticipando i tempi.

  Nell’arco degli anni, dopo la laurea e le eventuali specializzazioni, quella generazione tornò… non tutta, e quelli che tornarono trovarono una città in crisi, una città che aveva nel frattempo perso la scommessa dell’alta cultura, giocandosi stupidamente, per ripicche fra piccoli personaggi, la carta dell’Università.

  Nel frattempo era entrato in crisi anche il modello industriale.

  Da quel momento Taranto non s’è più rialzata, e c’è da chiedersi se quella crisi non abbia prodotto il degrado della sua vita politica ed amministrativa, che successivamente è arrivato alla sua massima fioritura, o se non sia stata, come credo, essa stessa piuttosto generata da un già iniziale impoverimento della classe politica locale. Voglio dire, per fare nomi e cognomi, che il fenomeno Cito non è stato certo la causa della crisi politica, ma che non è neppure soltanto il prodotto della crisi economica; no, la crisi politica era già cominciata, e la crisi economica e sociale ne sono state le conseguenze, compreso l’imprevisto Cito, che ha per certi aspetti anticipato l’esondazione che viene di solito battezzata Seconda Repubblica.

  C’è da dire poi che questo degrado della vita politica fu agevolato dal venir meno del ruolo della stampa, tra la fine degli anni ’70 e la prima fase degli ’80: crisi drammatica del “Corriere del Giorno”, con ripetute chiusure; estraneità e lontananza della “Gazzetta del Mezzogiorno”, in ripiegamento dopo l’autorevolezza della lunga direzione Valentini. Tutto questo agevolò una disintegrazione del tessuto sociale, culturale e politico che in qualche modo, forse, era già inscritta nel dna tarantino.

Nel dna tarantino? cosa significa?

Che, fra ripetute invasioni, stermini, deportazioni, colonizzazioni, Taranto ha perso nel corso dei secoli la sua identità e l’orgoglio di sé; e quel che è più grave, i cultori della cosiddetta “identità tarentina” – con la e, da Tarentum, non da Taras, idolatria quindi del periodo della servitù, non di quello dell’indipendenza – si sono identificati con una Taranto minima, marginale, residuale, incolta e volgare. La loro bandiera, dopo “‘U Panarijdde” è stata Marche Polle, il patetico venditore ambulante di schedine preconfezionate dell’enalotto. A questo si aggiunga una lunga tradizione di diffidenza, tipica delle città murate come Taranto è stata per secoli, di sospetto reciproco e di invidia, oltre alla totale mancanza di qualsiasi solidarietà civica. Non a caso, in una spietata autoanalisi, il popolino tarantino ha coinvolto persino il santo patrono, Cataldo, di presunte origini irlandesi, coniando il motto che “San Cataldo è amico dei forestieri”.

Quanto all’invidia, poi, sembra essere, paradossalmente, l’unica cosa che abbiamo ereditato dal periodo dello splendore magnogreco; ma qui mi permetto un’autocitazione, richiamando la conclusione di un mio libretto del 1999, “Taranto, la sua vera storia”: “(…) Quello che è rimasto, tristemente, desolatamente, è il rifiuto di cooperare, una invidia molto mediterranea che non spinge alla emulazione ed al guadagno, come nei Paesi protestanti, ma solo alla mormorazione, alla denigrazione di chiunque emerga, in qualsiasi campo, alla distruzione di tutto quello che potrebbe ambire ad essere duraturo.

Quando per un certo periodo si pensò che Taranto ambisse al dominio del mondo – questo almeno pensavano i Romani, che ci tendevano loro – e cioè al tempo della guerra di Pirro, quello che perse la città fu soprattutto la discordia fra le sue fazioni. E Tito Livio, lo storico di regime, l’apologeta dei vincitori, ebbe facile gioco nel mettere in bocca al console romano Papirio l’irridente constatazione che i Tarantini volevano dettar legge ad altri popoli pur essendo incapaci di regolare le loro discordie interne.

Meditate, gente, meditate…”.

Un’analisi severa, che non ti ha impedito di approfondire altri aspetti della città o di dimostrarle il tuo attaccamento.

Indubbiamente le malattie o i limiti di una persona cara non impediscono di volerle bene, anzi a volte incrementano addirittura l’intensità di un sentimento. Lo stesso può avvenire per una città. Da un lato c’è stata l'”evasione” letteraria in secoli molto remoti, l’illustrazione della civiltà del banchetto e della civiltà del vino in epoca greca (e romana), poi la rievocazione degli splendori di Taras, temi ai quali ho dedicato alcune opere di divulgazione, con la collaborazione di Elvira Bruno, mia moglie, purtroppo precocemente scomparsa – “Cenabis mi Fabulle”, “Una cena da Archita”, “Symposion” – e alcune centinaia di articoli, conferenze, riproposizioni di banchetti “archeologici”; dall’altra non mi sono mai sottratto all’impegno nel presente, né come giornalista, né come scrittore, né cittadino. Pur con la difficoltà di lavorare altrove, negli anni ’80 ho partecipato molto attivamente alla vita politica, sono stato anche candidato al Comune: ho ottenuto molti voti, ne è mancato qualcuno per essere eletto. Ma a differenza di svariati eletti in quelle tornate, ho la coscienza tranquilla, non sono stato di quelli che, volutamente o no, hanno spianato la strada al fenomeno Cito.

Da Taras alla Taranto d’oggi: tu che la osservi così lucidamente, che ne pensi?

Ci sono segni di risveglio, c’è una maggiore attenzione al tema fondamentale dell’Università, che potrà riportare a Taranto non solo studenti oggi costretti ad una faticosa e costosa emigrazione – restituendo denaro alle famiglie e potere di spesa in loco ai giovani… – ma anche e soprattutto docenti e professionisti di alto livello. L’impegno feroce del Presidente della Provincia, Domenico Rana, ha reso irreversibile l’insediamento universitario nella nostra città, e probabilmente nel giro di pochi anni questo insediamento si trasformerà in quella Università di Taranto che era nei sogni di purtroppo pochi illuminati, e che troppi altri hanno invece osteggiato.

Poi c’è un certo risveglio di iniziativa economica (vorrei citare perlomeno – anche questa è una scommessa di giovani, come lo fu l’industrializzazione, fortemente voluta all’epoca da un gruppo di protagonisti dello sviluppo fra i quali mio padre – l’iniziativa di un gruppo di giovani professionisti ed imprenditori per fondare una banca a Taranto, che ne era priva, dopo l’assorbimento della vecchia Popolare, iniziativa che conosco bene perché ne ho vissuto tutte le fasi preparatorie, fin dall’idea, scaturita durante una cena di compleanno di mio fratello, in campagna da me…), e da ultimo, ma non per ultimo, c’è da rilevare che la generazione dai 30 ai 50 anni, una generazione sostanzialmente assente finora dalla vita pubblica, ha capito il pericolo del ritirarsi nel privato e sta dedicando le proprie energie al rilancio della città.

Anche la coscienza ambientale, dopo la coraggiosa presa di posizione del Sindaco Rossana Di Bello, è uscita dal limbo dell’accademia o della strumentalizzazione ecologista fine a se stessa, per diventare una questione essenziale che riguarda il diritto alla vita ed alla salute dei tarantini.

Tutti fattori positivi, che possono far ben sperare. Questo risveglio è accompagnato da una crescita di numero ma anche professionale delle giornaliste e dei giornalisti tarantini, una crescita indispensabile, perché senza il controllo del “quarto potere” la democrazia è solo formale, per mancanza dei dati fondamentali preliminari per ogni decisione.

Il tuo rapporto con Taranto, in sintesi: quale tipo di appartenenza? Tra avvicinamento-allontanamento…

Taranto è la mia città, è la città dove sono nato, dove ho mantenuto la residenza, dove esercito il diritto di elettorato. Significherà qualcosa?! Taranto è la città dalla quale io, come tutta la mia generazione, pur essendo tra coloro che volevano tornare, son dovuto restare lontano, perché il mio lavoro, come quello di altri – economisti, imprenditori, giornalisti, ingegneri, architetti, medici, scienziati, docenti universitari, artisti… – non si poteva svolgere in questa città. Ma anche qui… Se la partenza la poniamo come libera scelta e non come obbligo, l’eredità greca ci insegna che allontanarsi dalla patria è utile per farci poi ritorno. E in questo caso non è emigrazione, è l’andare ad acquisire conoscenze ed esperienze che poi possono essere condivise con tutta la città.

E tu torneresti, per condividere?

Non credo che dipenda da me, non ne vedo le condizioni…

Se ci fossero?

Mi piacerebbe.

Giuseppe, so che tra gli agganci più forti e “felici” con Taranto c’è sicuramente l’esperienza dell’Archita, il famoso liceo, uno dei luoghi-simbolo della città, al quale molti di noi hanno legato una parte significativa della propria esistenza. Un continuum nella città, tra il passato e il futuro.

Per te cosa rappresenta? Tra l’altro al “tuo” liceo hai anche dedicato un volume, “Ieri, 29 settembre. Gli anni del liceo Archita come un album di Lucio Battisti”…

L’Archita è molto più che “un” liceo, non solo per me ma, come hai detto tu, per tutta Taranto. Dal 1872 è l’unica istituzione di cultura della città, ha svolto un ruolo di supplenza fondamentale; non è stato solo un istituto d’istruzione, è stato un esempio di “comunità” di vita, di affetti, di intelligenze, di interessi.

L’Archita descritta da Cesare Giulio Viola in “Quinta Classe” (un romanzo che, a proposito, meriterebbe una riedizione…), quella dell’anno scolastico 1900/1901, cent’anni fa, è sostanzialmente uguale a quella dei ricordi della generazione dei nostri genitori e della mia. Con i necessari adeguamenti tecnologici (lo so che adesso il liceo è pieno di computer), non è molto dissimile da quella di oggi.

Persino il riprodursi sui registri di classe dei medesimi cognomi dà il senso rassicurante della continuità, di una piccola eternità. E i rapporti fra gli ex, da sempre fortissimi, sono tenuti vivi da quell’Associazione Aldo Moro fra ex alunni ed ex docenti del liceo che nel 1989 ho contribuito a fondare insieme col suo primo presidente, il compianto Mario Bruno Fornaciari, che di Moro era stato compagno di banco.

Nell’Archita poi nacque un mitico e longevo giornale studentesco, “La Sferza”, la cui fondazione segnò il mio destino professionale ma che fu anche autentica fucina di quasi tutta la classe giornalistica tarantina under 50.

Agli anni dell’Archita, come accennavi, ho voluto dedicare un’opera a metà fra la narrativa e la memorialistica: pronta da tempo, sta finalmente per andare in stampa.

Abbiamo parlato del passato e dell’oggi; che cosa pensi per il futuro di Taranto?

Taranto ha soprattutto una cosa, che non è stato ancora possibile distruggere: una posizione geografica. L’insediamento preistorico e miceneo di Scoglio del Tonno fu stupidamente distrutto per far posto a lavori ferroviari e portuali. Tutta l’area dell’antica città, coincidente col nuovo centro cittadino, inclusi anfiteatro, terme e l’estesissima necropoli, è stata violentata da uno sviluppo edilizio selvaggio ed osceno, iniziato a fine Ottocento e proseguito fino ai nostri giorni. La naturale salubrità dei luoghi è stata compromessa non solo e non tanto dallo sviluppo industriale in sé quanto dall’avidità di denaro e dalla mancanza di scrupoli e precauzioni di un padronato paleo-industriale che ha, come dire, “riempito” il vuoto colpevolmente lasciato dallo Stato e dall’impresa pubblica.

Quello che non sono riusciti a toglierci è, appunto, una collocazione al centro del Mediterraneo, altamente strategica quale crocevia di traffici e trasporti. Ma se non si rimedia alla criminali e volute deficienze ferroviarie, aeroportuali ed autostradali, questa felicissima posizione è inutile. Infrastrutture, dunque, altrimenti non c’è Evergreen che tenga.

L’altro grande possesso perenne è la nostra Storia. Nell’Università di Taranto non dovrà e non potrà mancare una attenzione all’antichità, alla cultura classica, alla Magna Grecia. Se necessario, ci affideremo all’inizio a non tarantini (anche se gli archeologi tarantini di grande valore non mancano davvero, in Soprintendenza e fuori, magari emigrati anch’essi lontano da Taranto), perché, per capirci, il Convegno di Studi sulla Magna Grecia si deve ad un roveretano, Carlo Belli, e se è sopravvissuto è per merito di un napoletano, Attilio Stazio; il Museo ad un oriundo leccese, il grande incompreso ed osteggiato Luigi Viola. I grandi archeologi che si sono occupati di Taranto sono tutti non tarantini, e persino, in tempi più recenti, l’unico Assessore alla Cultura di un ente locale davvero sensibile alle tradizioni culturali della nostra città nell’età classica è stato il calabrese Pierfranco Bruni.

Per concludere, direi: infrastrutture, cultura (Università, Museo e quell’altra terribile grande incompiuta che è il teatro) e vigilanza ambientale, questi sono i tre nodi da sciogliere per il nostro sviluppo.

 

 

(intervista del 2002 per il volume “Dicono di Taranto”, di Tiziana Grassi)

Archivio. 2002, quando sembrava che a Taranto la ripresa ci fosse…ultima modifica: 2008-06-05T15:30:00+00:00da juels.richelieu
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