Il Castello aragonese di Taranto: un modello “virtuoso” di collaborazione tra Forze armate, Istituzioni culturali, Enti locali

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Dopo un accordo fra Marina Militare e Comune di Taranto, d’intesa con le Soprintendenze archeologica ed architettonica e con l’Ateneo barese, partirà nell’estate 2008 un campo scuola per tirocinio di laureati e laureandi in discipline archeologiche che impiegherà come formatori un certo mumero di laureati del polo universitario tarantino. Il comandante in capo del Dipartimento militare marittimo dello Jonio e Canale d’Otranto, amm. Gian Maria Faggioni, ha confermato così l’impegno che il suo predecessore, amm. Ricci (medaglia d’oro dei benemeriti della cultura e cittadino onorario di Taranto per i suoi meriti nel campo della tutela dei Beni culturali), ha dedicato al Castello aragonese. Sui lavori di restauro e sulla interessante sinergia fra Forze armate ed Istituzioni di cultura, riprendo l’articolo pubblicato nel 2007 sulla rivista tarantina “Portofranco”. 

 

 

Scavi e restauri nel Castello aragonese:

 

Taranto, un modello “virtuoso”

 

 

  Ogni tanto è bello poter dare buone notizie. Ed è ancor più bello poter indicare Taranto come un modello assolutamente “virtuoso” di collaborazione fra istituzioni assai diverse nella tutela, studio e valorizzazione del nostro patrimonio storico-culturale: archeologico, architettonico, urbanistico, paesaggistico, ambientale e non solo.

 

  Se Taranto soffre ancora molto su fronti importanti, a Taranto è stata messa in cantiere poco più di tre anni fa (inizio dei lavori ottobre 2003), con risultati eccezionali (e peraltro, da un punto di vista scientifico, anche largamente impreveduti…), una iniziativa pilota in quello che è non solo più importante ed imponente edificio rinascimentale sopravvissuto fino ai nostri giorni, ma anche, insieme con la Cattedrale , un immenso ed illustratissimo libro di pietra, che conserva le testimonianze, le cronache di un passato per altri versi, anche architettonicamente, distrutto: il Castello aragonese.

 

  In stretta collaborazione e sotto l’alta vigilanza delle due Soprintendenze interessate, l’archeologica di Taranto guidata da Giuseppe Andreassi e l’architettonica (sezione tarantina dapprima di quella Bari, poi di quella di Lecce, retta dal tarantino Augusto Ressa), col contributo della Scuola di specializzazione in Archeologia dell’Università di Bari, la Marina militare – per decisivo impulso di un appassionato come l’ammiraglio di squadra Francesco Ricci, comandante in capo del Dipartimento militare marittimo dello Jonio e del Canale d’Otranto – ha attivato un imponente programma di studio, di restauro, tutela, valorizzazione e fruizione del Castello, grazie anche all’abolizione della leva e, quindi, alle diminuite esigenze di acquartieramenti casermieri.

 

  Fatto ricostruire da Ferdinando d’Aragona negli ultimi anni del XV secolo (fra il 1487 ed il 1492), nel quadro di un potenziamento delle difese marittime decretato dopo lo shock idruntino del 1480, che faceva presagire una sorta di riconquista riconquista islamica della Puglia, e non solo, dopo la caduta dell’Impero romano d’Oriente, il castello di Taranto sorse – utilizzandone alcune strutture – su una precedente fortificazione normanna, poi rimaneggiata da Svevi e Angioini; e, risalendo più indietro nel tempo, probabilmente nello stesso luogo dove sorgeva, a picco sull’avvallamento che separava l’acropoli della greca Taras dalla polis vera e propria, un kàstron bizantino, sorta di recinto fortificato.

 

  Il castello, al cui progetto mise quasi certamente mano il celebre architetto militare Francesco di Giorgio Martini aveva la singolare forma di un aquilone (o di uno scorpione), forma non più leggibile, se non in parte, dopo l’ultima e più grave manomissione della fortezza, la demolizione del torrione Sant’Angelo per la realizzazione del Canale navigabile e del ponte girevole.

 

  Era un classico castello di transizione tra la “difesa piombante”, resa popolare da tanti film, con getto dagli spalti e dalle caditoie di frecce, pietre eccetera, e quella “radente”, con le sempre più potenti armi da fuoco. Niente più torri alte e quadrate ma torrioni bassi e arrotondati, in gradi di meglio resistere – anche deviandone i proiettili – alle cannonate. Proprio l’evoluzione delle armi da fuoco indusse al riempimento delle numerose gallerie che correvano all’interno delle mura; riempimento che in almeno in un caso si legò ad una variante progettuale del castello, tesa a saldare il torrione di San Lorenzo con quello, oggi demolito, di Sant’Angelo (il cosiddetto muro di Crispano, dal nome del castellano che lo edificò nel 1492), al cui interno è stato scoperto e riaperto fra il 2003 e il 2004 un corridoio con volta a botte e feritoie che consentiva l’appostamento di archibugieri. Il muro fu poi completato con una ulteriore opera difensiva che dal torrione Sant’Angelo raggiungeva il corpo trapezoidale del castello, che inglobò, causando la cessazione dei lavori di rifinitura, una parte del torrione di San Lorenzo; tornata alla luce nel 2004, con le rifiniture interrotte al livello degli archetti e dei beccatelli, questa porzione di torrione è come si presentava nel 1492, anche nella “freschezza” dei materiali, murati per secoli.

 

  E’ solo una delle prime scoperte che l’amm. Ricci, coi magri bilanci a sua disposizione, ha potuto compiere, sempre d’intesa con le Soprintendenze e grazie alla collaborazione dell’Università (un cospicuo numero di allievi del prof. Cosimo D’Angela, a rotazione, ha lavorato anche nelle ultime calde estati insieme col personale specializzato della Marina). Fra l’altro, l’ammiraglio ha raccolto tutti i documenti relativi al castello presenti nell’Archivio generale di Simancas (nel 1502 il Regno di Napoli diventò Vicereame spagnolo, quindi in Spagna sono custoditi i documenti relativi, tra l’altro, al nostro castello).

 

  Quanto agli interventi, numerosi ambienti, corridoi, casamatte, stanze e camminamenti sono stati liberati da “intonaci” e rivestimenti in calcestruzzo spessi a volte più di mezzo metro, rivelando la trama compositiva ma anche consentendo di leggere le fasi precedenti alla ricostruzione aragonese. E’ il caso, per esempio, della cosiddetta galleria svevo-angioina, che mette in comunicazione i torrioni di San Lorenzo e dell’Annunziata; parzialmente scavata nel banco di carparo  utilizzato per realizzarvi l’edificio risparmiando sui materiali, conserva probabilmente tracce della fortificazione normanna, certamente dei successivi interventi svevi ed angioini. In seguito sono stati portati alla luce un banco di cava di età greca, un tratto di acquedotto di età romana, tracce cospicue di muratura della preesistente fortezza normanno-sveva, parzialmente rasa ed utilizzata quale piano di edificazione per il fortilizio aragonese.

 

  Né sono meno interessanti i cauti sondaggi condotti dalla Soprintendenza archeologica, per il coordinamento del direttore archeologo Antonietta Dell’Aglio, sotto la cappella di San Leonardo, dove c’è una cripta riempita di terra che potrebbe restituire – quanto meno – interessanti frammenti di materiali di riempimento, documenti di vita quotidiana come le non poche brocche (alcune integre!), lucerne, monete fredericiane rinvenute nel corso degli altri lavori insieme con non pochi frammenti ceramici di varia datazione; testimonianze tutte, dopo lo studio ed il restauro, destinate ad essere esposte in bacheche poste nei locali riaperti al pubblico.

 

  Fra questi rinvenimenti, in una feritoia poi murata, è stata ritrovata anche la carcassa mummificata di un gatto, fra numerosi denti ed ossa di cinghiale, probabilmente avanzi di cucina che il gatto del castello riusciva a trafugare e sgranocchiava con comodo nella sua tana. Là dove, sentendosi morire, si sarà rifugiato per l’ultima volta.

 

  Molti di questi reperti (come un bellissimo bronzetto di età greca, probabilmente rappresentante Apollo, quasi sicuramente manico di uno specchio) sono già esposti all’interno del castello, in teche che costituiscono il nucleo di un futuro Museo del castello stesso, ed aggiungono interesse ad interesse per i visitatori.

 

  Ancora sotto studio degli archeologi è l’interessantissimo “ostrakon” (coccio di ceramica) che reca graffito il nome di Artemide Orthia, divinità particolarmente venerata a Sparta; un ritrovamento che costituisce una pietra miliare nella ricostruzione dell’itinerario che dal Peloponneso portò i Parteni a Taras…

 

  I lavori proseguono, sempre più ambiziosi. L’Università di Bari ha messo a disposizione per indagini  anche i georadar, col coinvolgimento della facoltà di Geologia; anche il Politecnico è interessato a partecipare ai lavori.

 

  Intanto l’amm. Ricci ha realizzato due pubblicazioni con la raccolta dei dati  ottenuti nei primi due anni di scavi, ha promosso un convegno internazionale di studi i cui atti sono apparsi presso Scorpione (nel 2006, col titolo “Dal kàstron bizantino al Castello aragonese”; Scorpione ha pubblicato anche un’agile guida tascabile bilingue, in Italiano ed Inglese, al Castello ed alla sua visita) ed ha organizzato un apprezzatissimo servizio di visite guidate al castello ed alle più recenti scoperte archeologiche; visite condotte da sottufficiali particolarmente esperti e che, è il caso di sottolinearlo, a scanso di speculazioni, sono assolutamente gratuite, previa prenotazione via fax o anche telefonica (pur non essendo per niente pubblicizzato fuori del territorio, il Castello ha fatto registrare un boom di visitatori, per oltre metà stranieri; nel 2006 in Puglia è stato secondo per numero di visitatori soltanto a Castel del Monte...).

 

  Non solo: instaurando una fattiva cooperazione anche con l’Amministrazione provinciale, il Castello aragonese è stato messo a disposizionenel 2006, saldando l’archeologia con le frontiere più estreme dell’arte multimediale contemporanea, per la grande esposizione internazionale “Mediterraneo contemporaneo” curata da Antonio d’Avossa, critico militante e docente dell’Accademia di Brera, nell’ambito del progetto ArsMAC, Arsenale mediterraneo per le Arti contemporanee, voluto dal presidente Gianni Florido e dall’assessore ai Beni culturali Giuseppe Vinci.

 

  Dicevamo di una esperienza modello: le Forze armate sono titolari in Italia di numerosi, numerosissimi edifici di interesse storico. Se si adottasse ovunque il modello Taranto, sinergia fra Stato Maggiore, Soprintendenze, Università, Enti locali, la tutela del nostro patrimonio storico e culturale ne sarebbe fortemente incentivata. Nella città del dissesto, dell’effimero, delle sagre della cozza e della barzelletta, dell’incuria nei confronti delle testimonianze storiche, culturali, archeologiche e paesaggistiche, oltretutto, si tratta di una eccezione assolutamente da segnalare.

 

Giuseppe Mazzarino

 

(dalla rivista “Portofranco”, Taranto, 2007)

 

Il Castello aragonese di Taranto: un modello “virtuoso” di collaborazione tra Forze armate, Istituzioni culturali, Enti localiultima modifica: 2008-05-27T10:00:00+00:00da juels.richelieu
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