Taranto olimpica. L’ideologia dell’agonismo in età greca. Una conferenza di Giuseppe Mazzarino per il Rotary di Massafra

Quella che segue è la sintesi di una conversazione di  Giuseppe Mazzarino  per il Rotary Club di Massafra, presieduto dal dott. Franco Losavio, sul tema “Taranto olimpica. L’ideologia dell’agonismo in età greca”.

Taranto olimpica.

L’ideologia dell’agonismo in età greca

 

 

  Taranto greca aveva in grande considerazione gli atleti e l’atletismo, come è provato materialmente dalle numerose, fastose sepolture di atleti rinvenute durante i distruttivi lavori che da fine Ottocento in poi hanno contrassegnato la costruzione della città nuova obliterando quasi del tutto le vestigia, talvolta monumentali, sempre interessanti, dell’antica.

 

  Oltre che dalle tombe degli atleti, l’importanza in Taranto di quello che con un po’ di anacronismo possiamo chiamare “sport” (più corretto è parlare di agonismo o di atletismo) è confermata dalle fonti scritte.

 

  Per esempio, gli atleti tarantini vittoriosi alle Olimpiadi – le antiche, beninteso; in quelle moderne il primo olimpionico (mancato per un pelo, è arrivato secondo, medaglia d’argento, con la sua squadra) sarebbe stato il capitano della nazionale azzurra di pallavolo, Luigi Mastrangelo – sono stati secondo i cataloghi di Olimpia otto, e le vittorie nove; e Taranto, fra le città della Magna Grecia e Sicilia greca, è la terza per numero d’olimpionici, dietro Crotone (venti) e Siracusa (tredici).

 

  Niente male, soprattutto se si tien conto che la maggiorparte delle vittorie gli atleti tarantini le ottennero in circa un secolo e mezzo, per la precisione sette fra il 476 e il 336 a.C., e che le specialità olimpiche erano allora molto, molto limitate. Nelle maggiorparte dei casi venivano disputate gare di non più di tre/quattro discipline; nelle edizioni più affollate, includendo le gare che definiremmo oggi di categoria juniores (riservate a ragazzi), si arrivava ad otto/nove specialità – e relativi olimpionici (contava solo la vittoria; non erano previsti secondo o terzo posto).

 

  Taranto, oltretutto, fondata secondo le fonti nel 706 a.C., ovvero nel secondo anno della 18^ Olimpiade, poté prendere parte solo dopo quella data, e neppure immediatamente, ai Giochi Olimpici come agli altri agoni panellenici (la prima vittoria di un atleta italiota o siceliota nei giochi olimpici è quella del crotoniate Daippos, che vinse nel pugilato nel 672, Giochi della 27^ Olimpiade), ed ebbe vita greca e indipendente al massimo fino alla II guerra punica, quando, passata con Annibale, fu semidistrutta dai Romani nel 209 a.C. ed annessa al loro Stato.

 

  E siccome i barbari Romani non rispettavano la tregua olimpica, ben difficilmente i Tarantini avranno potuto prendere parte, nel 212 a.C., con la II guerra punica già in corso, ai Giochi della 142^ Olimpiade, l’ultima celebrata con Taranto ancora semi-indipendente, dopo la sconfitta del 272 (per inciso, anno della 127^ Olimpiade) nella guerra di Pirro. In effetti non si incontrano più olimpionici italioti e sicelioti fin dalla 111^ Olimpiade, nel 336 a.C. quando fra i tre vincitori noti vi fu il tarantino Mys nel pugilato.

 

  L’elenco degli olimpionici tarantini, desunto dai mutili registri di Olimpia, iniziati nel 776 con la Prima Olimpiade e revisionati nel V secolo a.C. da Ippia di Elide, quindi nel III secolo a.C. da Aristotele, inizia col corridore Anochos, che nei Giochi della 65^ Olimpiade (520 a.C.) si aggiudicò, su un totale di sette competizioni, ben due vittorie, nello stadio (una corsa sulla distanza di circa 190 metri) e nel diaulo (circa 380 metri, il doppio dello stadio).

 

  Nel 476 e 468 a.C. (76^ e 78^ Olimpiade) ignoti atleti tarantini – i regesti di Olimpia ne riportano solo la nazionalità, non il nome – si imposero nel pentathlon, la specialità più completa (comprendeva gare di corsa sulla misura dello stadio, salto in lungo, lancio del disco, lancio del giavellotto, lotta; per aggiudicarsi il titolo bisognava totalizzare almeno tre vittorie), mentre nel 472 a.C., 77^ Olimpiade, Kratidas vinse nella lotta ragazzi.

 

  Nei Giochi della 84^ Olimpiade, 444 a.C., trionfa nel pentathlon il grande Icco (Ikkos), atleta, filosofo pitagorico, medico, poi ginnasiarca e fondatore della medicina dello sport.

 

  Nei Giochi della 100^ Olimpiade, 380 a.C., Dyonisodoros vince nello stadio. Un successo bissato da Smikrinas nel 352 a.C. 106^ Olimpiade.

 

  Giochi della 111^ Olimpiade, 336 a.C., sofferta vittoria – “ai punti”, diremmo oggi – di Mys nel pugilato: tanto che passò addirittura in proverbio.

 

  Dopo di allora, nessun tarantino noto, e nessun italiota o siceliota, come dicevamo. Anche perché l’Italìa greca e la Sicilia greca, a partire dagli inizi del III secolo a.C., erano ormai sulla difensiva nelle guerre contro i barbari locali, i Cartaginesi ed i Romani.

 

  E se nove vittorie ad Olimpia sembrano poche, per una città che onorava sommamente l’agonismo, che aveva nella scuola  di Icco (quanto meno dalla metà del V secolo) uno dei massimi centri teorico-pratici di medicina dello sport, e che ci ha lasciato significative testimonianze anche tombali della diffusa pratica dell’atletismo, bisogna ricordare anche che, specie dopo la rivoluzione democratica, la dorica Taranto rivolge una forte attenzione culturale (attenzione: non politica!) ad Atene e, per esempio, a quel paradigma della cultura ateniese che fu il simposio, molto più che una riunione per bere e per discutere più o meno amabilmente. Non è casuale che tombe familiari di atleti, chiaramente aristocratiche,  presentino la camera mortuaria coi letti funebri costruiti – e disposti – come le klinai del simposio; non è casuale che in queste, ed altre, sepolture si siano trovate molte anfore panatenaiche, l’equivalente in un certo senso delle medaglie odierne. Piene del pregiatissimo olio degli uliveti sacri di Atene, esse venivano consegnate ai vincitori; riproducevamo da un lato le fattezze di Atena Pròmachos (“in armi”), dall’altro una scena della specialità in cui era stata conseguita la vittoria.

 

  Ben quattro anfore panatenaiche (una ridotta in frantumi non ricomponibili) erano deposte ai capi della tomba dell’ignoto Atleta tarantino scoperta nel dicembre 1959. Nelle tre intere, con dipinti di elevata fattura, attribuiti al Pittore di Kleophrades e databili fra il 500 ed il 480 a.C., sono raffigurate scene di discipline sportive. E’ aperto il dibattito fra gli specialisti se le anfore rappresentassero davvero vittorie conseguite alle Panatenee o se fossero solo ostentative, simboli insomma di una condizione di atleta e di una aspirazione, al di là dei risultati conseguiti. A noi piace ovviamente pensare che questo eccezionale Atleta, nel quale qualcuno volle vedere proprio Icco (impossibile: Icco, che fiorì quasi mezzo secolo dopo, ebbe vita lunga ed operosa; l’Atleta morì non ancora trentenne, pare per squilibri metabolici dovuti anche ad una dieta iperproteica, con eccessivo consumo di carni; Icco era tendenzialmente vegetariano e frugale, tanto che passò fra i modi di dire “la cena di Icco” per indicare un pasto frugale) abbia veramente vinto ad Atene nelle specialità ritratte sulle anfore, che sono la corsa con le quadrighe ( la Formula Uno dell’antichità, anche per i costi oltre che per la popolarità…), il pugilato ed il pentathlon, indicato con scene di due delle cinque discipline che lo componevano (lo stadio, il salto in lungo, il lancio del disco, il lancio del giavellotto e la lotta), il lancio del disco e il salto in lungo. Se in effetti a meno di trent’anni il nostro Atleta ignoto avesse davvero vinto ad Atene queste competizioni, dovremmo considerarlo una specie di Superman, un incrocio fra Schumacher, Cassius Clay, Livio Berruti, Pietro Mennea, il grande discobolo italiano Adolfo Consolini, il ceco Jan Zelezny, pluriolimpionico del giavellotto, il lottatore Vincenzino Maenza e chi più ne ha, più ne metta.

 

  I ceti dirigenti e gli aristocratici tarantini, insomma, prediligono per motivi politico-culturali la partecipazione alle Grandi Panatenee rispetto alle stesse Olimpiadi e rispetto agli altri Giochi panellenici, che pure erano di maggiore anzianità e godevano di grandissima reputazione presso le società più tradizionaliste: i Pitici di Delfi (quadriennali), gli Istmici di Corinto (biennali), i Nemei dell’Argolide (biennali), che formavano con le Olimpiadi un grande slam dell’antichità (chi nel quadriennio da una olimpiade all’altra si aggiudicava vittorie anche negli altre grandi Giochi veniva proclamato periodonikes; il più grande di tutti fu il crotoniate Milone, pitagorico e secondo alcune fonti addirittura genero di Pitagora; conseguì sei vittorie ad Olimpia, sei nei Pitici, dieci negli Istmici e nove nei Nemei; era stato per 5 volte periodonikes…).

 

  Qualche notazione, infine, sullo spirito degli antichi Giochi, sull’ideologia dell’agonismo, oggi assolutamente irrecuperabili. Se nelle moderne Olimpiadi, è stato detto, l’importante è partecipare, non vincere, nelle antiche contava solo la vittoria (salvo casi rarissimi, legati magari ed episodi cruenti, i secondi classificati non venivano neppure nominati…), ma i Giochi antichi avevano, rispetto ai moderni, una sacralità persino incomprensibile. La tregua olimpica era tregua sacra, davvero, e fermava davvero le guerre, ma tutti i Giochi avevano origini funebri e mitiche (fatte risalire addirittura agli dei in persona) e significato religioso, e si svolgevano non casualmente in località sedi di celebri santuari. Gli stessi Greci ritenevano – teste Omero – che i primi Giochi fossero stati istituiti da Achille, durante la guerra di Troia, per onorare l’amico Patroclo, caduto combattendo contro Ettore.

 

  La tensione agonistica era collegata strettamente già in antico alla preparazione per la guerra se non all’attività bellica vera e propria. Parafrasando von Clausewitz, potremmo dire che per gli Elleni, in fondo, la guerra è la prosecuzione delle gare con altri mezzi, e viceversa. “A Pito per Apollo, ad Olimpia per Zeus, a Nemea e all’Istmo [sono qui enumerati i quattro canonici grandi Giochi panellenici; le Panatenee sono un caso a parte, ed oltretutto, istituite nel 566 ad imitazione degli altri Giochi, dunque senza origini mitiche, furono aperte a tutti i Greci solo sotto Pisistrato – NdA] bisogna inviare delle delegazioni a partecipare ai sacrifici e alle gare in onore di questi dei; bisogna inviare, quanto più si può, il maggior numero di cittadini e i più belli e migliori, essi saranno tali da creare la reputazione di buona fama al nostro Stato durante le riunioni religiose e pacifiche comuni, e da preparare per noi una gloria che valga in cambio e corrisponda a quella che ci guadagneremo in guerra”. Non è l’allocuzione ai propri atleti di qualche leader di Stato totalitario, stile Germania hitleriana o Germania Est, Unione sovietica o Cina comunista. E neppure del leader di qualche Grande Potenza che vede anche nello sport un modo di propagandare la propria influenza e di asserire la propria superiorità, stile Stati Uniti d’America. E’ Platone, nelle “Leggi”, e ben riassume il senso che per gli Elleni aveva la competizione nei Giochi. La partecipazione fine a se stessa non ha mai fatto parte del bagaglio ideologico dell’agonismo greco (se è per questo, la celebre frase attribuita al barone de Coubertin, ma pronunciata in realtà da uno dei responsabili della squadra statunitense, in origine esprimeva un concetto diverso da quello del quale è stata rivestita successivamente: “per noi l’importante non è vincere ma è già essere qui a partecipare”, disse infatti l’accompagnatore statunitense in occasione della trasferta ad Atene, Giochi della Prima Olimpiade dei tempi moderni, tempi pionieristici, lo sport business era ancora molto di là da venire, e partecipare ad una manifestazione sportiva con l’Oceano di mezzo non era cosa a portata di tutti; essere lì a partecipare, insomma, equivaleva già ad una vittoria, come è considerata oggi comunque una vittoria l’attribuzione di una medaglia d’argento o di bronzo).

 

  All’aspetto religioso si saldò quasi subito quello politico, a noi più comprensibile: una vittoria nelle Olimpiadi, come negli altri Giochi panellenici, procurava un enorme prestigio politico e gloria alla città di provenienza; negli epinici, per esempio, i poemi composti per celebrare le vittorie degli atleti, si trova costantemente esaltata la città al pari del vincitore; l’encomio dell’uno è anche encomio dell’altra, e si verifica il trasferimento sull’intera comunità della gloria dell’atleta trionfatore; ecco perché gli olimpionici, che non ricevevano ad Olimpia premi di alcun genere, se non una corona di fronde d’ulivo (riesumata nel 2004 in occasione dei Giochi olimpici di Atene), ottenevano però in patria grandissimi onori, si vedevano effigiati in statue e ricevevano anche riconoscimenti economici e benefici vitalizi. Ma anche carriere politiche furono costruite sui successi sportivi: Alcibiade allestì una scuderia di aurighi e mandò alle Olimpiadi ben sette equipaggi; la stessa cosa, relativamente alle corse delle quadrighe, facevano i tiranni sicelioti, comprando i migliori cavalli ed accaparrandosi i migliori aurighi del mondo conosciuto: anche perché, come nel campionato costruttori di Formula Uno, vincitore risultava non il conducente ma il proprietario dei cavalli.

Giuseppe Mazzarino

 

Taranto olimpica. L’ideologia dell’agonismo in età greca. Una conferenza di Giuseppe Mazzarino per il Rotary di Massafraultima modifica: 2008-05-25T21:35:04+00:00da juels.richelieu
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