Raffaele Carrieri, un intellettuale di statura europea totalmente “rimosso” e dimenticato. Neppure il centenario della nascita (2005) è servito a trarlo dall’iniquo oblìo. Neppure nella Taranto madre, o più che altro matrigna…

L’anno centenario della nascita (il 2005) è trascorso. Ma Raffaele Carrieri, uno degli intellettuali italiani del Novecento di statura e reputazione europee, è stato ricordato solo sulla stampa, e con una mostra organizzata quasi “privatamente” da una scuola. E nessuno si è sognato di ripubblicare le sue opere… 

 

 

Speciale Raffaele Carrieri 1905/2005

 

Noi che non lo dimentichiamo

 

                   di Giuseppe Mazzarino

 

 

  Venerdì 17 febbraio 1905, stando a quanto lui stesso affermava perentorio anni dopo (ma vatti a fidare dei poeti! Per lo Stato civile risulta nato il 23 febbraio), nasceva in Taranto Raffaele Carrieri.

 

  Cent’anni tondi tondi, in questo 2005. Una ricorrenza centenaria in genere evoca ricordi, stimola onoranze, iniziative. Specie se si tratta del centenario della nascita di uno dei grandi protagonisti del secolo appena trascorso. E lo diciamo senza sciovinismo campanilistico. Anche perché – come peraltro aveva fatto quando Carrieri era in vita (ed ebbe vita lunga ed operosa…) – Taranto matrigna è stata anche in questa occasione ingenerosa e distratta.

 

  Anche, perché per la nostra ingrata città Raffaele Carrieri è tutt’al più una scuola (anche Archita Andronico e Aristosseno, peraltro, sono per la maggiorparte dei Tarantini solo scuole, come denuncia da tempo Attilio Stazio). E prima che morisse, nel 1984, non era nessuno.

 

  Affermazioni drastiche, esagerazioni? Mica tanto. A vent’anni dalla morte, ben oltre i dieci canonici, per far intitolare un mozzicone di strada a Carrieri c’è voluta una durissima e lunga battaglia (che lo scrivente ha condotto dalle colonne della Gazzetta del Mezzogiorno così come di Ribalta), come per Carlo Belli, pur in presenza, per la prima volta da molti decenni, di una commissione toponomastica formata da competenti e persone serie, trovando infine sponda anche nella buona volontà dell’assessore ai Servizi demografici. In una città che intitolava le strade ai caùri (nome dialettale tarantino dei granchi), alle cozze nere, alla calata Rolicchia, al fior di ficus e al fior di cactus, e dove qualche imbecille aveva anche epurato Platone, reintestando il viale a lui dedicato… ad una masseria!…

 

  E lo spettacolo di Ettore Toscano “Verso… Carrieri” è andato di recente in scena a Massafra, in precedenza a Milano, persino a Francavilla Fontana, ma a Taranto non ha trovato spazio. E, tanto perché si sappia, non necessita di messinscene galattiche, palcoscenici smisurati o budget astronomici…

 

  Eppure Carrieri ha dato lustro, eccome, al luogo natìo: critico d’arte di fama internazionale e di infallibile fiuto, poeta e scrittore, giornalista, amico dei massimi ingegni del XX secolo, ha oltretutto dichiarato più volte il suo tributo alle radici e agli antenati, in verso e in prosa.

 

  Fuggì da Taranto, giovanissimo, il nostro, nella prima delle sue tante “fughe provvisorie”; quella Taranto in cui forse si può tornare, certo non si può restare. Questo forse gli stanziali non gli hanno mai voluto perdonare, come non lo perdonarono a Cesare Giulio Viola, a Giacinto Spagnoletti e a tanti altri emigrati intellettuali meno illustri, egualmente validi.

 

  Raffaele Carrieri è un rimosso, e per la verità – lo segnalava già Tommaso Anzoino nel ’98, in un bel volumetto edito da Ink Line, una delle poche iniziative tarantine per Carrieri – non è rimosso solo nella sua città, assente com’è nella maggiorparte delle antologie poetiche, scolastiche e no (anche in quella di Spagnoletti: ah Tarantini sempre discordi, come ai tempi della guerra di Pirro!). Non che in vita gli fossero mancati i riconoscimenti, dalla medaglia d’oro al premio Viareggio per il romanzo Fame a Montparnasse (1932) al Viareggio per la poesia nel 1953 (per Il trovatore, quarta raccolta di liriche), al premio Chianciano 1959 per Canzoniere amoroso, al premio Taormina 1970 per Stellacuore.

 

  Eppure rimaneva ai margini.

 

  “La sua biografia – notava nel ’50 Enrico Emanuelli – farebbe felici tutti se fosse quella d’uno scrittore americano o francese; ma essendo d’un compatriota per una parte lascia invidiosi e per l’altra diffidenti”. Una biografia ben diversa da quella dei poeti libreschi all’italiana, nel più avventuroso dei casi professori di liceo e poi d’Università. Eccezioni? Certo, ma non a caso eccentriche, come Dino Campana, d’Annunzio stesso, Marinetti, Mario Carli.

 

  Abbiamo sperato che perlomeno la ricorrenza centenaria stimolasse iniziative. La Gazzetta del Mezzogiorno ha dedicato a Carrieri una pagina monografica a cura di Giuseppe Mazzarino (testi di Mazzarino e di Alessandra Pugliese). Il Corriere del Giorno ha ospitato un lungo intervento di Pierfranco Bruni, che presiede un Comitato nazionale del ministero per i Beni e le attività culturali per il centenario di Carrieri. Qualche giorno dopo la ricorrenza c’è stata una “serata Carrieri” nel Centro Urban di piazza della Vittoria, trasformato per l’occasione in una sorta di caffé letterario. E’ stato annunciato che l’istituendo parco letterario del Galeso sarà intitolato a Carrieri, e che fra le iniziative del Comitato nazionale (convegni a Milano e Roma) ci sarà anche un meeting tarantino. Dopo di che il silenzio. Un silenzio assordante sui quotidiani nazionali, sulla Rai. Un silenzio assordante alla Mondadori, la casa editrice della maggior parte delle opere poetiche di Carrieri, che aveva pubblicato, col nostro ancor vivente, anche una bella antologia nella benemerita collana degli Oscar. Detiene i diritti, non ristampa ma non li molla.

 

  Per noi di Ribalta Carrieri non è uno sconosciuto; se ne è diffusamente occupato Giovanni Carrieri (omonimo ma non imparentato), che ha curato anche la riedizione di alcuni racconti in due libretti acclusi alla rivista (Parabola del cappello a cilindro, 2001, e Mezzogiorno, 2000) oltre ad essere l’autore di una monumentale biobibliografia, Le opere e i giorni di Raffaele Carrieri, apparsa nel 2001 per le edizioni Ink Line (presso le quali era già uscito nel 1998, col patrocinio della Provincia – assessore alla cultura era Pierfranco Bruni – un Omaggio a Carrieri, tarantino d’Europa). Ma, ovviamente, non basta. Come non bastano gli interventi di quanti – me compreso – hanno cercato di mantenere viva l’attenzione su Carrieri, da Anzoino e Bruni (soli, fra i politici delle rispettive epoche) a Salvatore Catapano, Arturo Tuzzi (autore nel 1994 di un pregevolissimo lavoro, Raffaele Carrieri. Un poeta, una città, pubblicato a cura della Provincia di Taranto nel decennale della morte), Josè Minervini, Giovanni Carrieri, Leo Pantaleo, Alberto Altamura, Pino Albenzio, Loredana Mastroberardino, Salvatore Montesardo, Antonio Basile, Angelo Lippo (che ha messo in cantiere un numero monografico su Carrieri della sua preziosa rivista d’arte e letteratura, Portofranco)… E ci scusino i pochissimi altri eventualmente sfuggiti.

 

  Nel nostro piccolo, abbiamo fatto di Raffaele Carrieri, come di Carlo Belli, come dell’Istituto per la storia e l’archeologia della Magna Grecia, dell’anfiteatro romano, del Peripato, del Museo, della rivitalizzazione dell’Acropoli, della bonifica della toponomastica, una bandiera per una scelta di civiltà.

 

  Beninteso non abbiamo niente contro le sagre della cozza o della frisella o i festival della barzelletta. Riteniamo però che investire quasi soltanto su queste cose, trascurando – a tutti i livelli – i nostri maggiori, sia, peggio ancora che un delitto, un errore. Che non ha connotati partitici, è, diciamo così, trasversale. Ma resta un errore e un delitto.

 

  Il Pantheon tarantino immaginato da Mario Guadagnolo come una sorta di sacrario degli uomini illustri di Taranto o che han fatto molto per Taranto si sarebbe potuto realizzare con meno di quanto sono costati i pacchiani e già guasti giochi d’acqua “stile Las Vegas” sulla Ringhiera. O, per par condicio, con poco più di quanto la Provincia ha destinato a discutibili concerti in strane location.

 

  Carrieri non ha parenti che votano a Taranto, that’s the question.

 

 

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  Una “serata Carrieri” al Centro Urban

 

 

  Se Taranto resta distratta, matrigna, quasi infastidita per l’aver dato i natali ad un personaggio ingombrante per risonanza mondiale ed importanza culturale quale Raffaele Carrieri, peraltro rimosso – al pari di altri grandi più o meno irregolari, più o meno non conformisti o non conformi – dalla storia della cultura italiana (ed europea) del XX secolo, pure qualcosa si muove.

 

  Sarà infatti dedicato a Carrieri il primo parco letterario della città dei due mari, e Taranto ospiterà in ottobre uno dei convegni nazionali di studi messi in cantiere dal Comitato nazionale istituito dal ministero per i Beni e le attività culturali (in realtà non se ne è mai più fatto niente!!!). Lo ha annunciato Pierfranco Bruni, presidente di quel Comitato, nella serata dedicata a Carrieri presso il Centro Urban di piazza della Vittoria, che dopo un anno di vita si conferma prezioso centro di aggregazione e di stimolo culturale.

 

  Con Bruni due giornalisti, Salvatore Catapano e Fulvio Colucci, ed alcuni del pubblico: intellettuali, studiosi, critici, semplici appassionati di poesia e di arte.

 

  Bruni ha anche auspicato che Mondadori si decida a ristampare qualche opera di Carrieri; quand’anche semplicemente l’Oscar antologico (Poesie scelte, a cura di Giuliano Gramigna, 1976), oggi fuori catalogo, anzi, addirittura non in catalogo, come purtroppo tutti i libri del nostro. Su Mondadori sarebbe forse opportuno anche l’intervento degli Enti locali; che non fu estraneo alla riedizione delle opere di Rocco Scotellaro, importante voce poetica della nostra vicina terra di Basilicata ma non comparabile – per l’apertura europea e la molteplicità degli interessi – con Carrieri.

 

  Catapano ha ripercorso le traversie editoriali di alcuni testi su e di Carrieri che con la piccola e coraggiosa casa editrice Ink Line ha prodotto negli ultimi anni. “Certo, Taranto è distratta con Carrieri – ha ricordato – anche se nel 1984, auspice l’allora assessore alla Cultura del Comune, Anzoino, e poi nel 1998, per iniziativa di Bruni, allora vicepresidente della Provincia, ci furono iniziative importanti. Solo che ogni volta sembra che la consapevolezza di quel che è stato fatto venga cancellata; un problema serio per Taranto è il salto di generazioni, legato anche all’assenza dell’Università, che interrompe la memoria e ci costringe a ripartire da capo…”.

 

  Colucci ha indicato nel Carrieri giornalista uno dei filoni di indagine ancora aperti, e si è poi soffermato su pochi versi di un intenso cromatismo, Invidio la seppia, leggibili anche, ha sottolineato, “come un concentrato di tarantinità”. Ed ha esortato a riscoprire e rivalutare – oltre il lirismo – Carrieri poeta civile, “Carrieri poeta coraggioso, che ha molto da dire ad una città in crisi di identità come la nostra”.

 

  Giuseppe Albenzio ha rievocato una visita al minuscolo cimitero di Camaiore, dove Carrieri riposa, secondo le sue volontà, accanto alla madre, la “formica Maria” che aveva infine seguito il figlio a Milano abbandonando le rive dello Jonio, e la difficile battaglia per far intitolare a Carrieri una anonima scuola, con le resistenze di chi diceva “ma chi è questo Carrieri?”, ed ha rilanciato la proposta di Guadagnolo per un Pantheon tarantino che riunisca e documenti memorie dei Tarantini illustri.

 

  Cosimo D’Angela ha esortato a pensare anche ai vivi: “non è bello che prima aspettiamo che muoiano e poi cerchiamo di riscoprirne la tarantinità; io mi interrogo sul perché noi Tarantini non consideriamo i nostri emigrati; che poi si allontanano non solo fisicamente dalla città, quasi la odiano. E non è solo il caso di Carrieri, basta pensare a Cesare Giulio Viola o a Nerio Tebano. Bene il Pantheon, ma il vero Pantheon di una città – ha sottolineato il presidente della Società di Storia patria della Puglia – è la sua toponomastica. Che sta finalmente riscoprendo personaggi incredibilmente assenti. Merito della stampa, di quella parte della stampa che pungola, certo. Merito anche dell’assessore, sia pure. Ma soprattutto di una commissione toponomastica nella quale, finalmente, ci sono veri esperti, competenti. Quelli che mancano troppo spesso negli Enti locali quando ci si dovrebbe occupare di cultura”.

 

  Su Taranto città distratta si è soffermato chi scrive, ricordando anche il notorio tratto tarantino dell’invidia, della mancanza di solidarietà, ribadendo poi che il poliedrico Carrieri è forse grande ed importante soprattutto come critico d’arte di rara acutezza ed infallibile fiuto.

 

  Arturo Tuzzi ha messo in guardia dal pericolo di “tarantinizzare” Carrieri, “che non è un prodotto locale, provinciale”, ma va riproposto proprio come “cittadino d’Europa”. Maria Giovanna Russo ha sottolineato l’importanza di portare i versi del nostro nelle scuole, mentre Antonio Basile ha ricordato l’ultima, finale, decisiva delusione di Raffaele Carrieri nei confronti di Taranto: presidente della giuria di altissimo livello che aveva premiato il progetto astratto di Franchina nel concorso per il monumento a Paisiello; concorso poi annullato dalla giunta comunale socialcomunista dell’epoca (per una volta in pieno accordo con dc e conservatori vari), in ossequio ai canoni togliattiani e zdanovisti del realismo socialista. Sicché, in luogo dell’astratta spirale metallica di Franchina, si ebbe quale monumento il funerario busto bronzeo di gusto classicista dell’ormai decrepito Canonica, che peregrinò qua e là prima di trovare appartata e poco visibile sede nella Città Vecchia; busto le cui peripezie contribuirono a dilatare la fama di menagramo che a Taranto accompagna la figura del Maestro…

 

                                                                            Giuseppe Mazzarino

 

 

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   Ventitrè secoli dopo Leonida,

 

   ancora un poeta tarantino dell’esilio

 

 

  Incasellare Carrieri? Non ci proviamo neppure. Se sia stato più importante come poeta, una limpida voce dell’esilio a ventitrè secoli di distanza dall’altro tarantino, Leonida, o come critico, lui che per primo, in anni difficili, riaprì in chiave internazionale, quando in Italia nessuno ancora osava, il discorso del Futurismo, non è questione risolvibile nelle poche colonne di una rivista.

 

  Diciamo che come poeta è una voce importante del XX secolo – che però di poeti molto importanti è straordinariamente ricco; una voce europea, che si situa benissimo fra il quasi conterraneo (ed amico) Sinisgalli e l’amico Ungaretti, fra Apollinaire e Cendrars e Garcia Lorca ma anche fra Leonida tarantino, appunto, e quel Whitman al quale dedicò versi bellissimi nel molto whitmaniano Frammento di una ballata per Kennedy.

 

  Diciamo che come critico (fra il 1951 ed il 1975 tenne la rubrica di critica artistica per Epoca, allora prestigiosissima rivista della Mondadori, ma già in precedenza aveva svolto egual compito per Tempo, fra il ’39 e il ’49) ebbe un fiuto infallibile: frequentò i grandi del XX secolo quando erano ancora potenziali, magari in miseria come lui, che fece la fame a Montparnasse ma anche a Londra e a Milano, posò come modello per un ancor giovane Picasso, accumulò nella sua modesta casetta milanese, e poi anche in quella versiliana, un vero e proprio museo d’arte contemporanea di incommensurabile valore, seppe cogliere gli aspetti fondamentali dell’opera di ciascun artista.

 

  Il suo Pittura e scultura d’avanguardia in Italia (1950; edizione bilingue italiano-inglese 1955) si apre con Medardo Rosso, l’idolo polemico dei futuristi, e col Movimento Futurista (negletto ed ostracizzato in Italia per bieca operazione ideologica non solo ma anche mercantile: perché i tanti censori del Futurismo “fascista” vendevano intanto e pubblicizzavano, dopo averlo incettato e tesaurizzato, il Novecento, che era stata la vera arte di regime…), e giunge attraverso la Metafisica e l’Astrattismo alla Scuola romana e al Neorealismo, non senza aver parlato – novità assoluta, ma troppo in anticipo sui tempi – della Seconda generazione dei Futuristi (Enrico Crispolti ne parlerà anni dopo, salutato quale pioniere e profeta, come di un Secondo Futurismo), oltreché dello Spazialismo di Fontana. Nei primi anni Cinquanta!

 

  Aggiungiamo che Carrieri è stato anche – oltre che clandestino a quattordici anni su un mercantile, pastore vagante fra l’Albania e il Montenegro, giovanissimo legionario a Fiume ed ivi mutilato, il più giovane mutilato di guerra italiano, cosa che gli varrà persino una pensione di invalidità, gabelliere a Palermo, lavapiatti e venditore di falsi tappeti persiani a Parigi, modesto scritturale nell’Arsenale militare marittimo di Taranto – novelliere (i suoi presunti romanzi sono anch’essi novelle allungate o concatenate), giornalista (risulta iscritto dal 1929 come pubblicista negli elenchi di Bari del Sindacato fascista dei giornalisti, che ha sostituito la Federazione della Stampa), editore di riviste d’arte (Il Poliedro, Taranto, 1924; Le Tre Arti, Milano, 1945), curatore di importanti mostre (selezionatore con Antonello Trombadori delle opere di Picasso da esporre nell’antologica del 1952 alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma). E che amava confondere le acque: dalle leggende sulla sua stessa data di nascita , sul numero delle “mogli”, sugli strani mestieri in effetti praticati, sulla sua vita on the road.

 

  Quanto al suo rapporto con Taranto, la “piccola patria” di cui parlerà in un  poemetto in prosa, davvero ricorda Leonida; Taranto è il luogo da cui bisogna fuggire e in cui non si può restare; semmai vi si può tornare; soprattutto, sognare di tornare. Come in quella lettera che, ormai molto malato e debilitato, quasi morente (e difatti morirà undici mesi dopo), scrisse a Tommaso Anzoino che l’aveva invitato a Taranto: “non sono fatto – per il mio cattivo carattere e altre ragioni – ad essere festeggiato o ricevere onori – ma per Taranto che amo – tutti i miei libri sono pieni di quest’amore – avrei preso qualsiasi mezzo per raggiungerla. E trascorrere con gli amici qualche ora di tregua – e pure di allegria – poco prima della morte (…). Cercherò di raccogliere e mettere insieme i miei libri e inviarli, attraverso la sua persona, come dono alla Biblioteca di Taranto. Mia figlia è al corrente di questo mio desiderio. Non credo nei miracoli, ma se in primavera sarò sulla terra mi vedrete spuntare tra i DUE MARI. Una stretta di mano dal suo Raffaele Carrieri”. Né il poeta né i suoi libri – Taranto probabilmente non li meritava e non li merita, ma non rimasero neppure a Milano o in Versilia, furono dispersi e in parete rubati, come le opere d’arte che Carrieri aveva accumulato nella lunga e rocambolesca sua vita – arrivarono sullo Jonio. Come il suo, il nostro avo Leonida, Carrieri è morto in esilio, e molto lontano giace della patria Taranto. E questo, forse, gli è più aspro della morte; quella morte che sentiva venire da tempo e che per lui, non credente, era la fine di tutto, ma una fine che non riusciva ad accettare con la serenità degli stoici; una fine che gli appariva cupa, che gli angosciò la lunga ed inferma vecchiaia, soprattutto a far data dalla scomparsa della madre, il vero, grande punto fermo della raminga vita di Carrieri, e della sua poesia. Ma questo, va da sé, è tutto un altro discorso…


Giuseppe Mazzarino

(dalla rivista “Ribalta”, 2005)

Raffaele Carrieri, un intellettuale di statura europea totalmente “rimosso” e dimenticato. Neppure il centenario della nascita (2005) è servito a trarlo dall’iniquo oblìo. Neppure nella Taranto madre, o più che altro matrigna…ultima modifica: 2008-05-25T16:40:00+00:00da juels.richelieu
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