Il Museo archeologico di Taranto ha riaperto: merita un viaggio…

Il Museo archeologico di Taranto ha riaperto:

vale un viaggio…

Non tutto a Taranto fa schifo… 

  Abituiamoci a chiamarlo col suo acronimo, come accade, per dire, col MoMa di New York o col Mart di Rovereto e Trento; acronimo, che poi è la versione dotta di una parola molto più comprensibile: sigla. Adesso si chiama MArTa, si dovrebbe pronunciare Mar-Tà e sta per Museo archeologico di Taranto, il nostro glorioso Museo nazionale archeologico, il primo dell’Italia unita, che dopo sette anni di chiusura ha riaperto lo scorso dicembre i battenti, sia pure limitatamente ad un solo piano, in una sede completamente ristrutturata e rinnovata e con un allestimento che coniuga rigore scientifico, percorso cronologico, attenzione al contesto, ricerca estetica ed effetto emozionale.

 

  L’ex convento degli Alcantarini, da subito sede del Museo, istituito nel 1887 ma rimasto in una sorta di limbo fino alla fine del XIX secolo, fu ristrutturato una prima volta nel 1901 su progetto di Guglielmo Calderini, con la facciata riallineata e ricostruita in stile umbertino; quindi fu rimaneggiato nella seconda metà degli anni Trenta, quando al corpo originale fu aggiunta l’ala settentrionale (le vicende delle origini dell’Archeologia tarantina, con la nascita e la stentata vita del Museo nazionale sono magistralmente narrate da Cosimo D’Angela nel suo avvincente “Il Museo negato (Taranto 1878/1898)”, Scorpione Editrice: si legge come un thriller ma è la storia vera, e documentatissima, di come si cercò in tutti i modi di assassinare il Museo…). L’intervento più radicale, però, è quello realizzato a partire dal 2000, in seguito al trasferimento della Soprintendenza archeologica nell’ex convento di San Domenico, nell’Isola. Del vecchio convento di San Pasquale non è rimasto quasi nulla, ma se imponenti sono stati gli interventi strutturali ancor più importanti quelli infrastrutturali, per non dire dei nuovi criteri espositivi e dell’uso, finalmente adeguato, delle tecnologie.

  Il risultato è un museo funzionale ma anche, soprattutto, oseremmo dire, bello. Non solo per addetti ai lavori, ma leggibile anche da parte di un pubblico generalista, anche grazie ai monitor touch screen con informazioni multimediali ed ai grandi schermi a parete per ricostruzioni virtuali di ambienti.

 

L’itinerario, centrato soprattutto sulla città di Taranto e sul suo territorio, partirà dalla preistoria (per ora non ancora presente) e si svilupperà, dalla precolonizzazione micenea alla colonizzazione greca, dall’età ellenistica alla conquista romana fino all’età bizantina, privilegiando, come detto, il contesto rispetto alle precedenti, datate esposizioni per classi di materiali. Come nel caso dei famosi Ori di Taranto. Che sono di nuovo in mostra, ma nei contesti di provenienza, non accumulati tutti insieme, fino a creare un sorta di effetto caverna del tesoro di Alì Babà (molto pericoloso in una città come Taranto che ha dovuto subire ben più di quaranta ladroni…).

 

  Il nuovo itinerario – che sarà forse completato, finanziaria 2008 del nuovo governo permettendo, entro il 2009 – partirà dal secondo piano (per ora non sistemato), con reperti dal Neolitico all’apogeo della greca Taras, nel IV secolo a.C.; poi si scenderà al primo piano, quello già allestito e visitabile (1.800 metri quadri), dove si parte dai reperti della pòlis greca di IV secolo: testimonianze di architettura funeraria (a confronto con quella dei popoli apuli, come nel caso dell’ipogeo delle Cariatidi di Vaste) e corredi funerari dalle necropoli di IV e III secolo (oreficerie e vasi, ma non soltanto), a confronto con quelli del mondo apulo, più o meno influenzati dalla superiore civiltà greca e dalle sue avanzate abilità artigiane (reperti da sepolture di Canosa, dalle quali proviene una parte assai significativa degli Ori di Taranto, peraltro di quasi certa manifattura tarantina – confronta in proposito l’agile, istruttivo, illustratissimo ed affascinante “Ori del Museo nazionale archeologico di Taranto”, di Amelia D’Amicis e Laura Masiello, con prefazione di Antonietta Dell’Aglio, Scorpione Editrice, 120 pagine, 13 euro – San Paolo Civitate, Carbonara, Egnathia).

 

  Il percorso di III secolo è quello cruciale, col passaggio alla romanizzazione, dopo la sconfitta del 272 a.C. nella guerra di Pirro e la definitiva disfatta, nel 209, nella guerra annibalica: tesoretti monetari occultati in tempo di guerra, arredi scultorei, statuaria (suggestiva la galleria delle statue romane…), magnifici pavimenti a mosaico di edifici privati e pubblici di età imperiale, come quelli della domus dell’istituto Maria Immacolata, messi in opera in una ampia sala nella quale è stata ricostruita l’atmosfera della vita quotidiana, con la posa di vasche, bacili, fontane.

 

  E ancora, testimonianze d’arte ed artigianato, monumenti funebri di classi e tipologie differenti (inclusa la ricostruzione di un tempietto funerario, un naiskos), i frammenti restaurati e ricomposti del sarcofago con la scena (dall’Iliade) della battaglia presso le navi, testimonianze del tardoantico, oreficerie bizantine…

 

  I singoli pezzi (pensiamo a certi ori ma anche ai vasi, dalla celeberrima coppa laconica, di importazione da Sparta, con tonni e delfini, alla raffinatissima lekythos con immagine di donna velata alla finestra sotto una nevicata, dai crateri alle miniature funerarie, alle statuette in terracotta policroma, le cosiddette tanagrine, ma anche alle pregevoli armature…) sono affascinanti, ma il complesso dell’esposizione, con le informazioni rese in un linguaggio essenziale e comprensibile,  i contesti restituiti, le vetrinette con le luci  adeguate frutto di accurata progettazione illuminotecnica raggiunge esiti emozionanti. Fin dall’ingresso, al pianterreno, dove oltre al fornitissimo bookshop (pubblicazioni su Taranto, la Magna Grecia, l’archeologia e l’antichistica in generale, ma anche oggettistica di qualità, dalle riproduzioni di monete ai segnalibro e cartoline ai magneti con miniature di vasi – purtroppo non di reperti tarantini…) si trova una riproduzione colossale del capo dell’Eracle lisippeo; ingrandimento in scala fino alle dimensioni dell’originale di Lisippo (in bronzo, andato distrutto durante la IV crociata a Costantinopoli, dove era stato traslato da Roma, città dove era giunto, trafugato da Taranto, dopo la conquista romana) da una statuetta, copia in marmo dell’originale che adornava la sterminata agorà dei Tarantini, che fa parte delle collezioni del MArTa.

 

  Fra i pezzi forti mancano ancora nell’esposizione, tra gli altri, il sarcofago dell’Atleta (e relativo scheletro) con le tre anfore panatenaiche che vegliavano sul suo sonno (le anfore vanno in trasferta a Pechino, per le Olimpiadi) nonché il bronzetto di Zeus rinvenuto ad Ugento, che era divenuto quasi l’emblema del Museo tarantino; al suo posto campeggia sui manifesti – e in esposizione – il volto sorridente ed enigmatico di una dea (Demetra, forse), una testa di terracotta dipinta rinvenuta a Crispiano, che affascina ancora, per quanto sfregiata.

 

  Non mancano fra i pezzi esposti (ma moltissimi sono quelli in magazzino…) i raffinati servizi da vino, le ceramiche da simposio, il contrassegno della civiltà greca, esportato presso le popolazioni indigene, che si appropriarono dell’ideologia simposiaca (e dello sfarzo dei corredi) anche nei momenti di maggiore contrapposizione politico-militare ai Greci. Perché il vino, dalle nostre parti, è stato sempre buono e tenuto in grande considerazione. Lo si capisce anche visitando – ed è un autentico piacere – le sale del MArTa.

 

Giuseppe Mazzarino

(dalla rivista “Alceo”, 2° trim. 2008)

 

Il Museo archeologico di Taranto ha riaperto: merita un viaggio…ultima modifica: 2008-05-25T20:58:54+00:00da juels.richelieu
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